E Gm chiede a Obama di diventare il primo socio

General Motors gioca l’ultima carta per evitare la bancarotta. Pescando dal mazzo gli strumenti convenzionali anti-crisi, come il drastico taglio di forza lavoro e la chiusura di numerosi punti-vendita, ma anche il jolly con cui chiede al governo Usa di diventare l’azionista di maggioranza in cambio della parziale cancellazione dei debiti.
Quello presentato ieri dal gruppo di Detroit è senza dubbio un piano con una certa alea di rischio, non potendo disinnescare l’ancora possibile ricorso al Chapter 11, ovvero all’amministrazione controllata. Ma è piaciuto a Wall Street, dove i titoli GM hanno percorso l’intera seduta in accelerazione (+20,7%), e ha già riscosso il plauso dell’amministrazione Obama che, pur riservandosi un periodo di riflessione per valutarlo, lo ha definito «un passo importante». Rispetto alla solenne bocciatura rimediata nel febbraio scorso, quando del progetto di restyling aziendale la Casa Bianca aveva fatto carta straccia con contestuale decapitazione del numero uno, Rick Wagoner, un passo avanti sembra compiuto.
La cura prospettata dall’amministratore delegato Fritz Henderson si basa, come detto, su due leve, una legata al contenimento dei costi e l’altra finanziaria. La prima non sarà indolore per i lavoratori: il gruppo prevede 21mila tagli entro il 2010 (da 61 a 40mila unità), e un altro dimagrimento, pari a circa 2mila posti, nel 2011. E ieri sera ha reso noto che nel primo trimestre le vendite sono calate del 28,3%. Nel riassetto è compresa la sparizione di Pontiac, marchio storico (anno di nascita 1926) e vera icona per gli amanti delle potenti muscle car, mentre il destino di Hummer, Saturn e Saab verrà deciso prima di dicembre. La scure non risparmierà alcuni impianti. GM ha inoltre fatto sapere di voler accelerare la chiusura, già annunciata in febbraio, di sei stabilimenti. Al termine della ristrutturazione, resteranno attive 34 fabbriche contro le attuali 47. Stessa sorte attende le concessionarie, destinate a scendere dalle 6.246 del 2008 alle 3.605 del 2010.
Queste misure non sarebbero tuttavia sufficienti a garantire la sopravvivenza di GM, tenuta in vita da aiuti federali per 15 miliardi di dollari («E avremo bisogno di altri fondi oltre il 2009», ha detto Henderson), in assenza di quella che si prospetta come un’autentica rivoluzione degli assetti azionari. A cominciare dal 50% del capitale che la casa automobilistica ha offerto al governo in cambio della cancellazione della metà dei debiti contratti. Un altro 39% finirebbe nelle mani dello United Auto Workers per almeno la metà dei 20 miliardi che Gm deve pagare al sindacato che dal prossimo anno si farà carico delle spese sanitarie dei pensionati. Infine, la parte che riguarda gli obbligazionisti, che peraltro si sono già mostrati perplessi (incasserebbero il 34% dell’investimento), ai quali verrà proposto di scambiare 27 miliardi di dollari di bond con azioni ordinarie pari al 10% del capitale. Insomma, un piano da ultima spiaggia. E Anderson lo sa bene: «Rispetto a qualche settimana fa, le probabilità di bancarotta - ha ammesso ieri - sono aumentate».