E Google si allea con gli 007 contro Pechino

Con Google era iniziata, quasi un mese fa. E la guerra, con Google, continua. La notizia è clamorosa e, in realtà non riguarda solo gli internauti cinesi, ma quelli di tutto il mondo, che quotidianamente usano il motore di ricerca e le caselle elettroniche di gmail. La più grande società di internet del pianeta e il servizio segreto più potente e sofisticato nella sorveglianza elettronica hanno deciso di allearsi. A fin di bene, naturalmente, e nell’interesse della collettività. La National Security Agency, una sorta di Grande Fratello americano, si è impegnata a proteggere Google dagli attacchi degli hacker cinesi, che mettono a rischio la privacy e i computer di tutti. L’intesa, assicurano fonti citate dal Washington Post, che ha svelato la notizia, permetterà la condivisione di informazioni sensibili, senza tuttavia violare né le regole sulla privacy della società californiana, né le leggi americane.
In teoria, perché non tutti sembrano esserne convinti. Il timore è che Google stia rinunciando progressivamente alla propria indipendenza. In gennaio, i suoi numerosi estimatori non avevano gradito che la decisione di denunciare la censura cinese fosse stata concordata preventivamente con Barack Obama. Ora, legandosi alla Nsa, molti si chiedono come possa difendere la propria autonomia. Il sospetto è che possa trasformarsi in uno strumento di controllo e monitoraggio clandestino del web; una sorta di lunga mano della Casa Bianca. E i primi a non essere affatto contenti di questo accordo sono i cinesi che hanno già un conto aperto con Google e che, non a torto, si sentono assediati. Il New York Times ha rilanciato con forza il caso del dissidente Gao Zhisheng, sparito nel nulla in Cina, e non passa giorno senza che think tank e media non evidenzino storture, limiti e soprusi del regime comunista. Washington sta creando «rumore mediatico» per infastidire Pechino e moltiplica le critiche dirette.
L’altro giorno Obama ha annunciato una politica commerciale più severa e l’ha accusata di tenere basso lo yuan, al fine di «gonfiare artificialmente il prezzo delle merci americane» sul mercato cinese», riducendo «altrettanto artificialmente» quello dei beni Made in China. Ieri è arrivata la risposta, piccata. «Le accuse e le pressioni infondate non aiuteranno a risolvere il problema»; ha dichiarato un portavoce del ministero degli Esteri, precisando che «il tasso di cambio è a un livello ragionevole» e che il suo Paese «non persegue deliberatamente un surplus con gli Stati Uniti».
Ma come era già avvenuto in occasione delle proteste per l’annunciato incontro con il Dalai Lama e per la vendita di armi a Taiwan, Washington ha ignorato le rimostranze cinesi e ha ribadito sia la svolta commerciale, sia le richieste sullo yuan.
L’America continua a condurre il gioco e la Cina a subirlo, esibendo reazioni furenti, a parole, quanto inefficaci. Washington applica le regole della guerra asimmetrica, che si arricchisce di ora in ora di colpi di scena. Ieri è stata coinvolta persino la Svizzera. Benché in polemica con Washington, per la nota vicenda dei conti segreti aperti da cittadini americani all’Ubs, il Consiglio federale ha accettato di concedere asilo a due prigionieri uiguri rilasciati da Guantanamo.
Gli uiguri rappresentano la minoranza musulmana in Cina, che l’estate scorsa aveva tentato alcuni moti di ribellione, subito repressi dal regime. Per mesi i due sono stati segregati nel carcere di massima sicurezza con l’accusa di terrorismo, rivelatasi poi infondata. Pechino avrebbe voluto accoglierli, ma l’America, dopo averli imprigionati, ora li difende e li usa come elemento di disturbo. I due ex sospetti terroristi non saranno consegnati alla Cina per proteggerli dal rischio che finiscano in un terribile e disumano carcere cinese. Da qui la richiesta a Berna di ospitarli. La guerra si combatte anche così.
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