E il governo belga accusa Pechino: «Contro di noi guerra informatica»

Il Belgio denuncia: siamo sotto attacco cinese. Un attacco informatico, che secondo la Sûreté de l'Etat, il controspionaggio di Bruxelles, rappresenta «una chiara e reale minaccia per la sicurezza».
Gli attacchi hanno riguardato computer e sistemi di posta elettronica del governo federale belga e quelli di enti e agenzie internazionali che hanno la propria sede in territorio belga, a partire da Nato ed Unione Europea. Le intrusioni sono state apparentemente bloccate prima che provocassero danni realmente gravi ed ora si cerca di identificare e chiudere le falle delle reti colpite. Le indagini sono in corso per identificare autori e mandati dell'offensiva. Quanto all’origine cinese un portavoce del ministero degli Affari esteri ha detto che gli elementi in mano agli investigatori sono «molto più di meri sospetti». Il ministro della Giustizia, Jo Vanderurzen, ha dichiarato in Parlamento che «anche se non ci sono vere prove, il contesto ci porta a puntare verso la Cina». Secondo il ministro questo interesse per il Belgio può essere spiegato con la presenza di Nato e Unione Europea, ma anche con gli interessi belgi in Africa, un continente che è diventato terra di conquista economico/strategica per la Cina. Solo poche settimane fa il suo collega al dicastero degli Esteri, Karel De Gucht, aveva affermato che il suo ministero è sottoposto a intrusioni informatiche ad opera di agenti cinesi.
Il problema degli attacchi spionistici informatici cinesi riguarda ormai un po' tutta Europa, dalla Gran Bretagna, alla Germania, all’Olanda. E, come avviene in genere in questi casi, è estremamente difficile scoprire gli autori materiali e le organizzazioni alle quali fanno capo. Preoccupano soprattutto le operazioni sistematiche, su vasta scala e sofisticate che vanno al di là delle capacità del singolo o di gruppi indipendenti. Peraltro la Cina spesso si giova di cyberguerrieri «esterni» magari residenti in Europa, che devono provare il loro valore con qualche anno di attività da «freelance», prima di poter aspirare ad un incarico nell'intelligence o nelle Forze Armate.
Gli attacchi informatici riguardano sia i governi sia le industrie ad alta tecnologia. Secondo i responsabili statunitensi della homeland security gli «incidenti» informatici seri negli Usa superano i 13.000 all'anno. E per predisporre una difesa efficace occorrono risorse immense, cervelli e tecnologie che superano le capacità della maggior parte dei Paesi. Ecco perché nel corso del recente vertice di Bucarest della Nato è stata avviato un potenziamento delle capacità di difesa informatica. La strutturà già operativa dal 2004 (si chiama Ncirc, Nato Computer Incident Response Capability), sarà rafforzata, gli investimenti aumenteranno del 30-40%, mentre sarà creata una cabina di regia comune, la Cyber Defence Monitoring Board, formata dai direttori delle attività di difesa informatica nazionali (oggi sono una quindicina) che sarà in grado, su richiesta, di inviare in soccorso agli Stati membri sottoposti ad attacco squadre di pronto intervento in grado di rinforzare le difese e, nel caso, passare al contrattacco. Già, perché le nuove capacità di cyberwarfare non sono certo solo difensive.