E il guru Wim Wenders fa lo spot dei giubbotti

Il cineasta tedesco ha posato per la pubblicità dei giacconi in pelle della maison Piero Guidi

In una sorride, stringendo la mano alla moglie Donata; in un'altra appoggia dolcemente la testa sulla guancia della donna; nella terza tiene le mani in tasca, a gambe divaricate, con lei dietro. Anche Wim Wenders - per la serie «tutti tengono famiglia» - capitola di fronte alla pubblicità. Sono alcune delle foto che lo ritraggono, capelli stile Melania Mazzucco e consueti occhiali rossi, mentre reclamizza un giaccone di pelle della maison Piero Guidi, naturalmente sotto la scritta-logo «Angeli del nostro tempo».

Esperto in creature alate sin dai tempi de Il cielo sopra Berlino, il 64enne regista di Düsseldorf è altresì attratto dagli abiti griffati, con un debole per gli spolverini, le giacche squadrate e gli smoking modello divisa dei carabinieri. Possibilmente firmati Yamamoto, lo stilista giapponese al quale dedicò un documentario nel 1989. In effetti, da Yamamoto a Guidi il passo è lungo, senza entrare nel merito.

Ma Wenders, guru appannato del cinema da festival, deve aver pensato che la marchetta non fosse poi così disdicevole. In fondo se l'è cavata con due giorni di lavoro a Urbino. Pensando, in cuor suo, che lo status di «intoccabile» non sarebbe stato minato più di tanto dal veniale peccatuccio, peraltro benedetto da Tonino Guerra. Tanto in Italia, dove ha girato quel Palermo Shooting snobbato pure dai wendersiani incalliti, troverà sempre un Nanni Moretti disposto a celebrarlo o un Veltroni pronto a presentare alle Scuderie del Quirinale le sue istantanee «dal pianeta Terra».

Non che sia il primo, Wenders, a farsi ritrarre per Guidi. Prima di lui sono venuti Antonioni ed Enrica Fico, Muhammad Alì e la moglie Lonnie, le figlie di Martin Luther King, Ingrid e Loris Capirossi eccetera. Tutti «angeli del nostro tempo». E tuttavia... «Non volevo credere ai miei occhi. I suoi film sono noiosi, ma lo conoscevo come un teorico del fotogramma perfetto, della bellezza rarefatta. La giacca di pelle è spaventosa, puro gusto tedesco. Le fotografie sembrano uscire da una pubblicità della Lidl, il discount», infierisce la scrittrice Camilla Baresani. Mentre il regista Fausto Brizzi: «Mi piacerebbe poter disporre di una macchina del tempo per proiettarmi nel 2029, mostrare quelle foto a Wenders e sapere che ne pensa. Come minimo si stupirebbe. Detto ciò, non mi scandalizzo. Me l'avessero offerto, avrei accettato. Ma io sono un commediante, non ho l’immagine dell’autore integrale. Magari quei soldi serviranno a girare un film sperimentale».

Il satirico Stefano Disegni, che ai film di Wenders ha dedicato vignette al vetriolo, con una predilezione per il soporifero The Million Dollar Hotel, osserva con inattesa indulgenza gli scatti. «Mah! La faccia non è antipatica, spero sia un modo per sorridere di sé, una roba spiritosa. Il santone del cinema barboso che si mette in gioco facendo pubblicità a una giacca tipo Conbipel. Semmai stride quella scritta sugli angeli. È lì che si annida il sospetto del ridicolo».

Un sospetto? Il fatto è che Wenders, pur non azzeccando un film da anni, continua a incarnare una certa idea di cinema «arty», anticommerciale, culturalmente figo, tutto un rimuginare su finzione e realtà, rappresentazione e verità. «Sono rimasto colpito anch'io, come tanti», ammette Mimmo Calopresti. «Da un attore te l’aspetti, da un regista no. Per quanto... Siamo narcisi pure noi: c'è chi si fa fotografare e chi no, chi non parla con la stampa e chi lo fa troppo. Stimo Wim, anche se veste così retrò. La faccenda degli angeli, poi, fa abbastanza sorridere». Però... «Solo per i soldi si fanno queste cose, e dunque mai dire mai».