E i bocconiani ora scoprono «Albi»

da Milano

All’università Luigi Bocconi di Milano, uno degli atenei più prestigiosi d’Italia, profilo internazionale, dove si parlano quasi tutte le lingue del mondo e il numero di studenti cresce di anno in anno, da qualche giorno c’è un bocconiano che tutti i suoi colleghi conoscono per nome: è Alberto Stasi, il 24enne sottoposto a fermo per l’omicidio della sua ragazza, Chiara Poggi. Tra poco, il 5 o il 6 ottobre prossimi, proprio fra quelle mura in via Bocconi, il giovane Stasi avrebbe dovuto discutere la tesi a cui stava lavorando, così ha raccontato agli investigatori, anche la mattina in cui Chiara è stata uccisa.
«Sì lo conosco, anche se solo di vista - racconta Valerio -. Frequento come lui il secondo anno di laurea specialistica del Cleli». Alla Bocconi, infatti, ogni indirizzo didattico è abbreviato in una sigla e Cleli sta per «corso di laurea in economia e legislazione per l’impresa», un percorso di studi simile alla più nota economia e commercio. Per entrare in quel corso di specialistica, dopo tre anni di laurea breve, spiegano alcuni studenti, «bisogna esser bravi. Ci vuole almeno la media del 28». Valerio si sta per laureare. È riuscito, infatti, a consegnare la tesi entro il termine ultimo del 18 settembre per l’appello di ottobre, mentre Alberto Stasi, dopo quello che è successo, non ce la farà. «Con Alberto - dice Valerio - non ho mai scambiato più di due parole, ogni tanto. Parlando di quello di cui parlano due compagni di università in un’aula: esami, libri di testo e orari delle lezioni». Stasi è un universitario pendolare, che va avanti e indietro tra casa e facoltà e in questo modo, spiega Andrea, altro studente del corso, «non si creano veri rapporti d’amicizia con gli altri compagni».
Tutti e due, comunque, «per quel poco che l’abbiamo conosciuto» lo descrivono come un «ragazzo serio e tranquillo, niente di più». Per gli altri studenti che non hanno mai avuto l’occasione di vederlo o incrociarlo, quel giovane è una faccia che hanno visto sui giornali o alla tv, mentre erano in vacanza. Una faccia che, dopo il fermo, alimenta ancora di più le discussioni nei corridoi. «Abbiamo provato più volte a chiedere in giro se qualche nostro amico lo avesse mai frequentato», raccontano quattro ragazze sedute al tavolo di un bar poco distante dalla facoltà. Locale che, secondo uno studente («l’ho sentito dire»), Alberto frequentava tra una lezione e l’altra. «Sì, l’ho visto spesso qua - racconta la titolare -. Veniva a volte con alcuni amici, altre da solo. Mi è sempre sembrato un ragazzo sulle sue, silenzioso e schivo». E se per alcuni studenti «qui si pensa a studiare e basta e non ci si occupa di vicende mondane», altri, invece, si sentono toccati e stupiti «dal fatto che in questa vicenda sia coinvolto un bocconiano, uno come noi». Laura, infatti, chiarisce, raccogliendo l’assenso degli amici: «Se venisse confermato che è stato lui ad ucciderla, allora sarebbe vero che chiunque può ammazzare una persona, anche uno studente modello». Paolo, invece, è convinto che bisogna «esser cauti nei giudizi. Lo stanno già mettendo in croce, prima che la giustizia faccia il suo corso». Qualcuno sceglie l’ironia: «La verità è che qui si studia troppo e ogni tanto qualcuno impazzisce». Altri allontanano l’idea che un mostro possa nascondersi dietro una vita normale con uno «speriamo che non sia stato lui» ed un sospiro.