E i bus diventano ambulanze per i feriti

Le prime cure in strada: un albergo è stato adibito a pronto soccorso Medici e infermieri in ferie sono stati richiamati in servizio

Lorenzo Amuso

da Londra

Il conto alla rovescia era iniziato l’11 marzo del 2004 con gli atti terroristici di Madrid. Quel giorno l’intelligence britannica capì che il problema non era il «se» ma il «quando». Non una fatalistica rassegnazione, ma la lucida consapevolezza dell’inevitabilità della tragedia. Anche per questo, di fronte al peggiore attacco terroristico mai avvenuto sul suolo britannico, le squadre di soccorso non si sono fatte trovare impreparate. Immediato è scattato il piano d’emergenza, predisposto da apposite formazioni di gruppi di risposta rapida. L’evacuazione della metropolitana, così come i soccorsi medici sono stati tempestivi, grazie all’eccellente coordinamento logistico predisposto dalla polizia e dai vigili del fuoco. I feriti sono stati portati negli autobus, usati come ambulanze, un albergo è diventato pronto soccorso. La macchina dei soccorsi - oltre 400 persone tra medici, infermieri e ausiliari - per unanime opinione ha funzionato brillantemente, entrata in azione verso le nove, pochi minuti dopo lo scoppio del primo ordigno sulla metropolitana tra Aldgate a Liverpool Street. Attraverso tutti i canali di comunicazioni (tv, radio, internet) le unità di soccorso hanno quindi invitato la popolazione a non affrontare spostamenti, restando nelle proprie abitazioni o negli uffici. Un appello raccolto dai più, nonostante il caos per l’interruzione momentanea delle linee telefoniche. Come confermato dalle testimonianze dirette - e mostrato dalle tv britanniche - poche sono state le scene di incontrollato panico e la folla è rimasta ordinata anche nei momenti di maggior tensione, come durante l’evacuazione della metropolitana, che ha richiesto - ha spiegato il capo della London Underground Tim O’Tool - poco più di un’ora. Un sangue freddo molto britannico, maturato forse anche grazie alle recenti esercitazioni - che avevano coivolto centinaia di cittadini ed erano state ampiamente riprese dai media -, volute dalle forze dell’ordine, due volte a Londra (inverno 2003), quindi a Birmingham (2004). In quelle occasioni si trattava di simulazioni antiterrorismo che dovevano fronteggiare l’emergenza di un attentato portato con armi chimiche. Ma la procedura dei soccorsi è stata analoga a quella in atto ieri nella capitale britannica. A fine serata un portavoce della polizia ha comunicato che i feriti ricoverati negli ospedali londinesi sono stati oltre 700. Circa in 300 hanno invece ricevuto le prime cure direttamente per strada, in improvvisati ospedali da campo. Tutte le cliniche londinesi sono state coinvolte, medici e infermieri sono stati richiamati in servizio. Nel solo Royal London Hospital, vicino alla stazione di Liverpool Street, sono arrivati oltre 200 feriti. Sgombrate, e deliminate, le aree considerate più a rischio, le unità cinofile si sono introdotte lungo i tunnel della metropolitana alla ricerca di possibili ordigni inesplosi. Ma se i soccorsi hanno funzionato, non sembrano esenti da colpe i responsabili della prevenzione, accusati da un’analisi riservata pubblicata dal Guardian di aver colpevolmente «abbassato la guardia» negli ultimi mesi.
«Sembra che i funzionari di sicurezza e intelligence - si legge - avessero assunto la certezza che nessun gruppo terrorista potesse organizzare attentati». Una fonte dei servizi riferisce inoltre al quotidiano londinese, tracciando un raffronto tra l’11 marzo 2004 e il 7 luglio 2005: «Gli spagnoli conoscevano gli attentatori ma non avevano prove di un possibile attacco. Noi ne eravamo pieni».