E i consiglieri abruzzesi si ritoccano la pensione

Troppi 16mila euro per godere della reversibilità. Così la maggioranza di centrosinistra approva una leggina che azzera i contributi

da Milano

Tempi di riforma delle pensioni. Per tutti, anche per i consiglieri regionali. Nell’ultima seduta prima delle vacanze di agosto, quelli abruzzesi hanno trovato il tempo di occuparsi dei loro vitalizi. Con un emendamento (infilato nel gran calderone di una legge non a caso denominata «omnibus») di due consiglieri della Margherita, Camillo D'Alessandro e Antonio Marcello Boschetti, poi approvato dalla maggioranza di centrosinistra guidata da Ottaviano Del Turco.
Sarebbe ragionevole aspettarsi, in tempi di regole previdenziali più restrittive per tutti i lavoratori, un analogo sacrificio anche da parte dei consiglieri. Invece la norma approvata in Abruzzo si muove in direzione opposta: anziché tagliare le pensioni dei politici, taglia i contributi a loro carico. E consente a ogni consigliere di risparmiare fino a 16.717 euro.
La questione riguarda la reversibilità dei vitalizi. Bisogna sapere, infatti, che dopo aver prestato il loro servizio per la collettività abruzzese, i consiglieri regionali godono non solo di assegni pensionistici generosi per sé (il minimo è 2.300 euro a partire da 55 anni di età con soli 5 anni di mandato, il massimo è 6.300 euro), ma anche della facoltà di trasferirli, dopo la morte, a coniuge e figli.
Si chiama reversibilità della pensione. In Abruzzo, fino a pochi giorni fa, era regolata da una legge del 1973: «Il consigliere ha diritto - dandone apposita comunicazione all’ufficio di presidenza - di determinare l’attribuzione al coniuge ovvero ai figli dopo il proprio decesso, di una quota pari al 50% dell’importo lordo dell’assegno vitalizio a lui spettante». In cambio, effettuata «l’apposita comunicazione», il consigliere versava una trattenuta di 278,63 euro al mese. «Sia la comunicazione che l’inizio della contribuzione devono aver luogo entro 60 giorni dall’assunzione del mandato consiliare», concludeva la legge.
Traduciamo. Mi eleggono consigliere. Entro 60 giorni devo decidere se avvalermi della reversibilità del vitalizio. Se decido di farlo, verso per tutto il mandato 278,63 euro al mese. A partire da 55 anni, posso godere del vitalizio. Una volta morto, ne godranno (nella misura del 50%) coniuge e figli.
Funzionava così e nessuno si era mai lamentato. Ma a qualcuno, evidentemente, quella trattenuta mensile di quasi 280 euro non andava giù. Perché pagare, quando chi paga può cambiarsi la legge con un semplicissimo emendamento? Detto, fatto. Scritto e approvato in una notte d’agosto. Eccolo: «Sia la comunicazione sia l’inizio della contribuzione devono aver luogo entro il periodo del mandato consiliare pena la decadenza del beneficio». Tutto qui? Tutto qui. Come nei giochi della settimana enigmistica, tutto sta a scovare la differenza. Che cosa cambia, infatti, rispetto alla norma del 1973? Un dettaglio apparentemente marginale, in realtà determinante.
Sparisce il termine di «60 giorni dall’assunzione del mandato consiliare» per effettuare la scelta di avvalersi della reversibilità. Ora non c’è fretta: il consigliere può comunicarlo in ogni momento, fino all’ultimo giorno del mandato. E perché affrettarsi a farlo subito, quando si può aspettare con comodo l’ultimo giorno della legislatura, risparmiando così 278,63 euro al mese per cinque anni, che in tutto fanno 16.717 euro?
Un bell’affare, non c’è che dire. «Uno scempio», si ribella Fabrizio Di Stefano, consigliere di An che attacca l’Unione, rea di «aver voluto introdurre un ulteriore inaccettabile elemento di privilegio per i consiglieri», ma non risparmia critiche al centrodestra, che avrebbe potuto «rendere più vibrante la protesta».
Di fronte alle rimostranze, D’Alessandro, uno dei due autori dell’emendamento, cade dalle nuvole. E in un comunicato spiega che «lo spirito della norma» era consentire ai consiglieri di decidere senza limiti di tempo, non certo evitare la trattenuta. «Non ritengo che ci possano essere dubbi» insiste. E infatti dubbi non ce ne sono, ma nel significato opposto a quello propugnato dal legislatore abruzzese: la norma serve proprio a eludere la trattenuta. Del resto può capitare di pensare una cosa e scrivere un’altra. Così il consigliere prova a mettere una toppa e annuncia: «Al fine di evitare interpretazioni fuorvianti ho predisposto questa mattina un disegno di legge» per ripristinare la trattenuta anche retroattiva.
Intanto sono tutti in vacanza. Della norma-toppa se ne riparlerà a settembre. L’approveranno con la stessa solerzia?
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it