E i delusi del Kosovo si aggrappano alle imprese del campione di tennis

da Belgrado

Grande l'ordine pubblico, più grande il disordine politico sotto il cielo serbo. Che ieri era molto terso; lo era anche giovedì scorso, quando il presidente uscente Boris Tadic, caro agli Stati Uniti e all'Unione europea, ha chiuso la campagna presidenziale a Belgrado. Ma a riempire più di tutti una piazza della capitale non è stato il presidente uscente deciso a rientrare. Non è stato nemmeno il nazionalista Tomislav Nikolic, che tanti voti più di lui ha avuto al primo turno. A campagna elettorale chiusa, è stato un tennista, Novak Djokovic, tornato in patria dopo il successo agli Open di Australia, una vittoria sentita qui come lo fu, nella Germania del 1954, la vittoria al campionato del mondo di calcio. Serbo del Kosovo, Djokovic è ovviamente un po' più contrario degli altri serbi alla secessione del Kosovo, auspicata dall'etnia albanofona...
Ieri al voto è andato un popolo esteriormente sereno e interiormente rassegnato-esasperato, consapevole che nessuna sua scelta elettorale eviterà l'incombente (il 10 o il 17 febbraio) secessione del Kosovo. Però è finito un equivoco: chi credeva che il conto col passato fosse stato chiuso immolando Slobodan Milosevic, ora sa che non era lui il vero bersaglio vero dell'«interventismo umanitario», ma la Serbia.
Il nuovo presidente potrà dunque contare molto meno sul lubrificante della speranza europeista-atlantista, mentre la concretezza della speranza russa è da verificare. Però i soldi, relativamente pochi, in arrivo da Mosca per il recente accordo energetico sembrano puliti rispetto ai soldi giunti dall'Ue, dimostratisi la caparra per l'esproprio del Kosovo. Che non è una repubblica federata, com'era il Montenegro, ma la regione dove la Serbia nacque nel sangue della sconfitta contro i turchi (1389).
L'orgoglio nazionale serbo fece miracoli nei conflitti post jugoslavi del 1992-95; e anche sotto i bombardamenti della Nato sul Kosovo e su Belgrado del 1999. Ma ora? È verosimile attendersi che la parte del Kosovo a maggioranza serba rifiuti la secessione. Logica vorrebbe che la "comunità internazionale" - Stati Uniti e seguaci - riconoscesse la separazione del Kosovo e magari lasciasse la Repubblica Serpska di Bosnia unirsi alla Serbia. Sarebbe la fine del trattato di Dayton, ma un'inezia rispetto al vulnus inferto al diritto internazionale col riconoscimento - cui obbedirà anche l'Italia - di una secessione contro la volontà del governo serbo, in barba - per giunta - alla risoluzione 1244 dell'Onu.
Invece la ragionevolezza di una compensazione è l'ultima cosa da attendersi e così l'intento punitivo contro la Serbia è diventato inoppugnabile. Anche per chi detestava Milosevic e detesta in Nikolic il suo capo, Seselj, ultimo detenuto importante nella galera dell'Aia.