E i diessini si assolvono da soli: giusto parlare anche coi furbetti

Il tesoriere del partito Sposetti: «Dovremmo avere rapporti con gli straccioni? È normale sentire chi fa girare i soldi». Fassino: «A Consorte abbiamo chiesto solo informazioni sull’andamento della vicenda»

da Roma

Quando, nella Prima Repubblica, la questione morale raggiunse Botteghe oscure, il gruppo dirigente motivò il comportamento del «compagno G» come il frutto malato di un sistema sano: «sono compagni che sbagliano». Ora, di fronte all’incendio provocato dalle intercettazioni, quella formula («compagni che sbagliano») non può più essere utilizzata: ad essere coinvolti sono i vertici stessi del partito. Per questo, dal Botteghino si cerca di spegnere l’incendio con montagne di sabbia. I risultati - oggi come allora - non sembrano raggiungere i risultati prefissati.
Ugo Sposetti, tesoriere dei Ds, si fa alfiere di questa strategia della montagna di sabbia. E si meraviglia dello scalpore che segue le intercettazioni di Fassino e D’Alema. «Io leggo i giornali, guardo i tiggì, e mi accorgo che sono tutti molto, molto sorpresi, ed a volte persino scandalizzati, del fatto che alcuni politici parlino con banchieri ed imprenditori. Ma con chi dovremmo parlare? Con chi dovrei parlare io? Con gli straccioni. Sono il tesoriere di un partito. Mi sembra ovvio, normale, scontato, che ogni tanto stia lì, al telefono, con qualcuno che conta, che fa girare i soldi».
Ed aggiunge: «E la mia non è libera iniziativa. Tutt’altro: credo anzi che un politico, ad un certo livello, sia obbligato a tenere un certo tipo di rapporti».
Il tentativo di «ridimensionare» il caso trova Piero Fassino in prima linea. Ma, al contrario di Sposetti che rivendica un ruolo attivo (e lo ritiene normale e funzionale al suo incarico), il segretario della Quercia sembra quasi orientato a giustificare le sue chiamate. E le sue intercettazioni. «Le telefonate pubbliche dimostrano che io e D’Alema - osserva il leader dei Ds in un’intervista all’Unità - abbiamo avuto rapporti con Consorte solo al fine di essere informati sull’andamento della vicenda, dal momento che i giornali ne parlavano tutti i giorni. Con una girandola infinita di voci, illazioni, indiscrezioni».
E ribadisce: «A conferma che il nostro comportamento è stato limpido c’è un dato: non risulta esserci alcuna telefonata mia a nessun altro che non fosse Consorte. Né con Fazio, né con Ricucci, né con Statuto, né con Coppola».
E per quanto riguarda il ruolo di Latorre, precisa: «Vorrei sottolineare - prosegue Fassino - che non è Latorre che chiama Ricucci, ma è Ricucci che chiama Latorre. Un tentativo di Ricucci di accreditarsi, cosa che mi pare non abbia sortito effetto. Perché, al di là di quella telefonata, nessuno di noi ha poi avuto rapporti né con Ricucci né con altri».
Ricucci a parte, però, la solidarietà della maggioranza nei confronti dei Ds non sembra proprio granitica; anche per le reazioni della magistratura milanese. Marco Follini, ormai senatore dell’Unione a tutti gli effetti, garantisce la propria solidarietà a D’Alema. «Ora però è importante che la maggioranza non si faccia prendere dalla sindrome del fortino assediato».
Sindrome difficile da evitare, visto che l’onda polemica non si placa; e le montagne di sabbia non bastano per coprire l’incendio. Franco Bassanini, qualche giorno fa, consigliò ai Ds una via d’uscita: i vertici dei Ds ammettano di essere stati incauti a tenere quei rapporti, a fare quelle telefonate. Ma non sembra questa la strategia prescelta, viste le frasi di Sposetti.
Così Giuliano Amato risponde con un «non lo so» a chi gli chiede quanto tempo andrà avanti questa storia di intercettazioni. Il ministro dell’Interno, però, prova anche ad offrire un’immagine sull’impatto mediatico del caso intercettazioni; e di come viene vissuta l’intera storia dai cittadini.
«È un problema in parte di leggi e in parte, chiaramente, di cultura nazionale: siamo un Paese - osserva Amato - nel quale ci sono diverse persone che pensano comunque che sia bene che questo (la diffusione delle intercettazioni, ndr) accada». Per queste ragioni è una vicenda «molto italiana, ma che finisce per incidere». Se «alcuni italiani lo pensano è perché hanno la sensazione che i processi democratici non siano trasparenti come sarebbe bene che fossero, e allora una insufficiente trasparenza la si paga rendendo trasparente anche ciò che sarebbe bene non lo fosse». Diverso invece sarebbe - conclude - se «tutti fossero convinti che se uno ha detto una cosa al telefono ad un altro, e non ha nessuna rilevanza penale, è giusto che rimanga, comunque, tra i due interlocutori, di qualunque cosa si tratti».