E i Ds si trovano isolati contro il proporzionale

I piccoli partiti dell’Unione fanno i conti e apprezzano la nuova legge elettorale. Velardi, ex braccio destro di D’Alema, sconfessa la Quercia. E Veltroni: non è più tempo di maggioritario, la riforma va rispettata

da Roma

Solo due giorni fa sembrava che fosse in atto un colpo di Stato. Tutto il centrosinistra gridava contro una legge votata a maggioranza, a fine legislatura (ovvero come l’Ulivo aveva fatto per approvare la sua devolution); tutte le opposizioni denunciavano la nuova legge elettorale liberticida.
Non sono nemmeno passate 48 ore che i toni si sono distesi, se non ribaltati: ieri, ad esempio il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio correggeva il tiro e spiegava: «Malgrado tanti sbarramenti, il testo votato è migliore di quello proposto. Io ero stato un sostenitore del maggioritario nel 1993, ma questo maggioritario un po’ truffaldino mi aveva profondamente deluso». E quindi, fatti i conti, visto che con il nuovo sistema il Sole che ride otterrebbe con il suo simbolo 19 deputati (contro gli zero attuali) non si dispiace più di tanto. Sono entusiasti, anche se non lo danno troppo a vedere, a Rifondazione: avevano eletto solo 12 deputati nella vecchia quota proporzionale, adesso - secondo le prime simulazioni dell’ufficio studi della Camera - passerebbero addirittura a 40-60. Sono poi storicamente proporzionalisti anche Pdci, Margherita e Udeur. Così i veri scontenti sono i Ds, che da anni invocano in solitudine (senza riuscire a convincere nessuno) l’unico sistema che gli dà fortissime garanzie di vittoria, l’uninominale a doppio turno. Una proposta di cui Vannino Chiti su La7 tornava a farsi promotore: «È il metodo più indicato per garantire stabilità e coalizioni». Ovvio: per i Ds avrebbe l’effetto di mettere in un angolo (come in Francia) una forza dell’entità di Rifondazione, riducendo la concorrenza a sinistra. Con il proporzionale, invece, la Quercia perde una rendita di posizione, e patisce il suo deficit di leadership, la mancanza di un candidato alle primarie.
Ieri però, malgrado questo contesto, anche da due settori impensabili dei Ds sono venute due aperture a sopresa. La prima da Walter Veltroni, la seconda da un editore di imprinting dalemiano come Claudio Velardi. Veltroni ha scelto il Corriere della Sera per comporre una sorta di amarcord dolente del maggioritario: «Indico la data in cui si è persa l’occasione per voltare pagina: il 18 aprile del 1999» (giorno del referendum perso sul maggioritario). E poi: «In politica i treni passano una volta sola. O ci salti sopra o li hai persi definitivamente». A sorpresa, Veltroni contesta il proposito di chi nell’Unione si ripromette di cancellare la legge in caso di vittoria: «Proprio perché sono contrario a cambiare le regole del gioco a colpi di maggioranza come sta facendo la Casa delle libertà, credo che dovremmo avanzare le nostre proposte e avviare su queste un confronto con l’opposzione». Ancora più netta l’inconsueta lettera di Velardi al suo Riformista: «L’uninominale all’italiana ha prodotto una evidente rottura di vecchi principi di rappresentanza senza crearne di nuovi. Perché oggi la società italiana non si riconosce in quelle aggregazioni finte e rissose che sono i poli». Mica male, tutti questi consensi, per una «legge vergogna».