E i giovani sognano una vita da «guappo»

Nel giorno del funerale di Mario Merola, il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, parlò della scomparsa di un «guappo buono», in cui si riconosceva larga parte della popolazione, per lo meno la più popolare. Merola - a detta del governatore Bassolino - era stato «un grande punto di riferimento, un grande simbolo per Napoli e il Mezzogiorno in tutto il mondo».
Questa sera, in uno dei teatri più importanti della città, andrà in scena «Il sindaco del rione Sanità», di Eduardo De Filippo. È la storia di un vecchio camorrista (Antonio Barracano) che vive nel popolare quartiere Sanità, dove è riconosciuto «sindaco» per i suoi trascorsi di guappo e per il potere - conferitogli dai poveri e gli emarginati - di amministrare la giustizia. Giustizia amministrata secondo criteri personali e al di fuori dello Stato.
Intervistato sulla commedia, Carlo Giuffrè, l'interprete principale, così ha definito il personaggio Barracano: «Camorrista e santo».
Se artisti e uomini politici della città, a momenti innalzano all’onore degli altari la figura di certo malavitoso (che sempre malavitoso è), che vuoi sperare per il futuro di Napoli? Come fa questa gente (gente che ci governa e rappresenta la nostra cultura) a non capire che non esiste un lato positivo, un lato «buono», un lato «santo» della guapparia, la quale altro non è se non arroganza, violenza e prevaricazione? Prendendo a modello il guappo rappresentato da un Merola o applaudendo le gesta di un Barracano, come si possono affermare i valori della cultura, della tolleranza, dell'educazione? Cioè come si può fare civiltà?
Allora perché meravigliarsi di quanto emerso da un sondaggio fra gli studenti napoletani, i cui risultati dicono che parte della nostra gioventù considera un superuomo Raffaele Cutolo e degli imbelli i poliziotti, i carabinieri e quanti si mettono al servizio della legge?
Questo sondaggio ha rivelato che il 4 per cento dei ragazzi pensa così bene della camorra che i boss sono reputati degli eroi; che il 14% riconosce alla malavita il merito di garantire un lavoro; che il 44% ammette di conoscere almeno una persona coinvolta in affari loschi; che il 62% ha poca o nessuna fiducia nelle forze dell'ordine; che il 60% conosce la storia di Cutolo, mentre ignora i nomi di Siani, Impastato e don Peppino Diana.
Tre mesi fa uno studio dell'università Suor Orsola Benincasa rese noto che per l’80% degli adolescenti dell'area Nord di Napoli, la malavita rappresenta la struttura sociale principale.
Se non vogliamo che molti, fra questi stessi studenti, ingrossino, di qui a qualche anno, le file della camorra (e molto lo lascia pensare, a giudicare dai temi scolastici che scrivono), smettiamola di fare distinzioni tra mammasantissima buoni e mammasantissima cattivi, applaudiamo Eduardo, e fischiamo Barracano.
Non esistono camorristi buoni, e meno che mai santi. Non confondiamo fra Diavolo con fra Cristoforo.