E i nobili fanno soldi affittando il loro blasone

Pagati per presenziare a eventi o per bere il tè con qualcuno. Anche le nozze tra il principe e la dark lady diventano un affare

Salvo Mazzolini

da Berlino

Tra qualche giorno nella cattedrale di Dresda verrà celebrato un matrimonio molto chiacchierato, croce e delizia dell'aristocrazia tedesca. Lui è un principe di sangue reale, un Hohenzollern, pronipote dell'ultimo re di Sassonia, parente del Kaiser Guglielmo secondo che regnò in Germania fino al 1918. Lei, Tatjana Gick, vedova Gsell, non solo non ha neppure una goccia di sangue blu ma ha alle spalle una biografia a dir poco movimentata e la fama di "dark lady". Ex-estetista, ambiziosissima e spregiudicata, in gioventù irretì e sposò un ricco chirurgo plastico, poi morto in circostanze misteriose, ed ha anche soggiornato in prigione per aver simulato il furto di una Mercedes e truffato l'assicurazione. Sua altezza reale si avvicina ai settanta, lei ha la metà degli anni del futuro sposo. Esuberante e senza complessi, Tatjana ama farsi fotografare in pose seducenti e provocanti che bene figurerebbero in un calendario per camionisti, esibendo una bellezza che per sua stessa ammissione è frutto più dei molti ritocchi apportati dal primo marito chirurgo che di madre natura.
Ma fin qui nulla di eccezionale. Le cronache dei reali in carica ci hanno abituato a scelte coniugali che in altri tempi avrebbero fatto inorridire. Un altro è il motivo per cui il matrimonio tra il principe la scaltra arrampicatice fa notizia. Perché consacra clamorosamente la tendenza dell'aristocrazia tedesca (ma non solo tedesca), a concepire il blasone come business, come motore di pubblicità, affari e guadagni. Fofi (è il soprannome del principe) e Tatjana si sono, infatti, rivelati due geni del marketing. Facendo leva sul fascino magico che emana il titolo di altezza reale, sono diventati gli idoli strapagati della stampa rosa, decisi a sfruttare la loro storia di amore, in parte vera in parte costruita, per ricavarne il massimo vantaggio commerciale. Rotocalchi e tabloid autorizzati, in cambio di lauti compensi, a frugare nei momenti più intimi della loro vita privata, confidenze in esclusiva alla presse du coeur, vendita di foto piccanti di lei quasi nuda con la corona in testa e di lui adorante ai suoi piedi, partecipazioni retribuite ai talk show. Rtl 2, emittente tv che punta sull'effimero per alzare l'audience, ha persino dedicato loro un reality show in tre puntate dal titolo, fin troppo ovvio, «Il principe e cenerentola» in cui si vede come Tatjana, figlia di un benzinaio, si preparara a diventare prncipessa: lezioni di buone maniere, come si balla il valzer, come si spara alla lepre, come si fa la riverenza ai reali ancora sul trono.
Un'orgia di frivolezze e cadute di gusto che scandalizza una parte dell'aristocrazia. Una principessa di Sassonia, del ramo Weimar-Eisenach ha respinto l'invito alle nozze. E un Coburgo-Gotha ha detto di rimpiangere i tempi in cui un aristocratico preferiva digiunare piuttosto che venir meno al motto «noblesse obblige». Ma è solo una parte. La tendenza prevalente è di sfruttare il titolo a fini commerciali, senza troppi scrupoli. Incominciò in Inghilterra il duca di Bedford che per primo aprì la sua residenza, Woburn Abbey, ai turisti paganti e per qualche sterlina in più prendeva il tè con loro. In Germania molti si limitano a mettere a disposizione il titolo per dare lustro ad uffici di pubblic relation. Come la contessa von Hardenberg a Berlino, la contessa von und zu Königsegg ad Amburgo, il conte Douglas a Monaco. Ma molti vanno oltre. Ci sono uffici di pubbliche relazioni in grado di fornire la presenza di grossi nomi dell'aristocrazia ad eventi e ricevimenti e la tariffa è calcolata in base al peso araldico del titolo. Un Hohenzollern (ma non del ramo di Fofi) si è addirittura prestato ad un flirt costruito di sana pianta per lanciare un’atricetta di cui i rotocalchi si occuparono come possibile futura altezza reale; e non lo fece certo per motivi filantropici. C'è chi mette a disposizione un nome altisonante per attrarre clienti in una boutique (è il caso di una principessa von Lippe a Berlino) e chi si fa pagare per trasmettere nome e titolo ad un figlio adottivo.
Un fascino antico e misterioso quello del blasone. Persino Karl Marx ne era prigioniero. Il teorico della abolizione delle classi sociali si compiaceva per aver sposato una baronessa von Westphalen. E sebbene vivesse in ristrettezze economiche, apriva la sua modesta casa solo a persone ritenute presentabili alla nobile consorte. Sua figlia Jenny ricordava che il papà, indignato per le cattive maniere della gente, esclamava: «L'uomo incomincia dal barone». Ma se oggi potesse assistere al matrimonio di Fofi e Tatjana cambierebbe idea.