E tra i nostri connazionali salvati c’è chi trova la forza di scherzare

MumbaiA vederli così seduti sul comodo sofà del salotto di casa del console italiano Fabio Rugge sembrano una combriccola di amici che si sono ritrovati per una serata in compagnia. Invece sono appena scampati a un attacco terroristico. I sette italiani intrappolati per circa 40 ore nelle stanze dell’hotel Trident e nell’adiacente Oberoi sono tutti sani e salvi e ieri pomeriggio si trovavano nell’appartamento del diplomatico lontano dal pandemonio di Colaba. In serata sono poi stati imbarcati insieme con altri sopravissuti su un aereo di stato francese.
Il loro incubo è finito ieri mattina quando gli ostaggi del grande complesso alberghiero che sorge sul lungo mare di Narimar Point sono stati liberati dal blitz delle teste di cuoio indiane. Sono usciti alla spicciolata scortati dai militari con il fucile spianato verso un centro di raccolta improvvisato dove hanno trovato un funzionario, Francesco Venti, con in mano la bandiera italiana per farsi riconoscere. Sono stati gli ultimi passi verso la salvezza. Arrivati al consolato italiano sono stati visitati da un medico di fiducia e poi da qui sono stati portati direttamente a casa del console Rugge dove sono stati rifocillati e hanno potuto riposare.
Ma l’adrenalina accumulata nell’incubo durato due notte e un giorno non è facile a smaltire e poi c’e anche l’euforia di essere sopravissuti ad un inferno che poteva inghiottirli come è successo ad Antonio Di Lorenzo, l’unica vittima italiana ucciso dallo scoppio di una granata. Cinque di loro alloggiavano al Trident, mentre altri due erano nel più sciccoso Oberoi. I loro ricordi sono drammatici, ma c’e chi trova ancora la forza di scherzare. Fulvio Tesoro, che faceva parte della delegazione dell’Enit, l’Ente Nazionale Italiano del Turismo, a caccia di affari in India, mostra una scatola di fiammiferi dell’hotel dove c’e scritto “At Trident, you are sure” (al Trident siete protetti), che suona davvero beffardo, ma è servito per sdrammatizzare nei momenti più brutti. La sua compagna Angela Bucalossi però non sembra troppo divertita. «Non si puó nemmeno descrivere che cosa abbiamo passato, la paura che entrassero nelle stanze e ci ammazzassero tutti e la disperazione che ci bloccava perfino il respiro. Io credevo sinceramente di non uscire piú». Poi si alza, va ad abbracciare Carmela Zappalà, che con il marito si è salvata nascondendosi in uno sgabuzzino al 15esimo piano dell’Oberoi, e scoppia in singhiozzi. I coniugi sono stati lì dentro al buio, senza niente da mangiare e bere, mentre fuori sparavano all’impazzata e piovevano bombe a mano.
Durante l’attacco è stata determinante l’assistenza del consolato che insieme all’ambasciata a New Delhi e all’unità di crisi della Farnesina sono stati in contatto con gli ostaggi italiani ogni mezzora. «Abbiano detto di stare nelle loro stanze, spegnere la luce e non fare rumore. Poi abbiamo cercato di rassicurarli quando le forze indiane hanno iniziato il blitz», spiega un diplomatico. «È stato importante conoscere l’esatta posizione di ciascuno e riferirla alla polizia quando è iniziata la liberazione degli ostaggi. Cosí gli agenti sapevano dove andare a prelevarli».