E i pacifisti occupano la stazione

Migliaia in corteo: «È un governo di guerra» Treni bloccati. «La battaglia è solo all’inizio»

nostro inviato a Vicenza

Il primo slogan scandito al megafono: «Prodi uguale a Berlusconi». Il primo striscione, scritto in fretta e furia su un telo bianco: «Vergogna». E subito dietro, tanto per fugare gli ultimi dubbi: «Governo Prodi governo di guerra». Otto e mezzo di ieri sera, nel centro di Vicenza la manifestazione che doveva protestare contro il raddoppio della base militare americana all’aeroporto Dal Molin si trasforma nell’urlo di rabbia della sinistra radicale contro il «suo» governo e i «suoi» partiti. L’annuncio del via libera ha portato in piazza Castello almeno mille pacifisti che hanno sfilato fino a piazza dei Signori, nel salotto della città berica. E poi hanno occupato i binari della stazione, bloccando il traffico dei treni. Cartelli, striscioni, fiaccole (due euro l'una), slogan, fischietti, coperchi, tamburi, le risorte bandiere arcobaleno. L’armamentario che doveva fare baccano contro Washington e invece se la prende con Roma.
«Avremo perso almeno 15mila voti», si lamenta una signora. «Sarebbe stata una vittoria storica», sospira un’amica. «Perché dobbiamo sottostare a un accordo firmato dagli altri?», si chiede un pensionato. Non è delusione, è bile. Nel cuore del corteo il rodimento rimbalza di bocca in bocca. «Sono sbarellati». «Ho sentito alla radio, Prodi ha già chiamato l’ambasciatore, come si fa?». «Non ha neppure chiesto il referendum». «Se ne fregano di noi». «Siamo in lutto». «È il colmo, per quarant’anni ho votato comunista e adesso che sono al governo mi fregano per mantenere le promesse di Berlusconi». «Vadano a casa e lascino governare lui, almeno sappiamo con chi prendercela». «Vergognatevi». «Dimettetevi».
Furibondi contro i partiti. Appena si leva la prima bandiera di Rifondazione un megafono intona la ribellione: «Stasera giù le bandiere di partito, vergognatevi. Siete complici. Dimettetevi, lasciate il governo, stracciate le vostre tessere». Il corteo non parte finché i drappi dei Verdi e quelli di Rifondazione con la falce e martello non vengono ammainati. «Siete fascisti anche voi», borbotta un vecchio militante comunista mentre arrotola la sua bandiera rossa. La tensione è nell’aria. Il segretario vicentino della Quercia, Luca Balzi, viene contestato e interrotto durante un'intervista tv. «Siamo arrabbiatissimi - tuona Olan Jackson, dirigente regionale dei Verdi che ha annunciato di essersi sospeso dal partito - questa è una scelta contraria al volere della gente».
L'onda di collera arriva fino ai cancelli dell'aeroporto Dal Molin, lo scalo alle porte di Vicenza che ospiterà il nuovo insediamento di oltre duemila parà americani. Verso le dieci viene inaugurato il presidio permanente dei pacifisti e dei comitati per il «no» alla base. Vin brulè, tè caldo e diretta Sky. «Essere presenti fisicamente vicino all’aeroporto è il modo più semplice per difendere la nostra terra», dicono. Jackson annuncia che il modello sarà quello della Val di Susa e che Vicenza sarà la nuova Venaus. L’«incredulo» Giancarlo Albero, rappresentante dei comitati («Inaccettabile piegarsi a un ricatto») già pensa alle prossime mosse: «Intanto il referendum, poi una pioggia di ricorsi e controllo ferreo sulla legittimità di tutte le decisioni. La battaglia è appena cominciata».
Se la protesta del «no agli americani» si è tramutata in rabbia, quella del Comitato per il sì (che rappresenta i 750 lavoratori della base) oggi si trasforma in esultanza. La manifestazione di stamattina davanti a Montecitorio sarà l'occasione per festeggiare. Ieri un'avanguardia è stata ricevuta, e rassicurata, da Clemente Mastella.