E i "pacifisti" sono già pronti a riprovarci

nostro inviato a Haifa

La nave si chiama Rachel Corrie, come la ventitreenne americana rimasta travolta da un bulldozer israeliano nella Striscia di Gaza nel marzo 2003, mentre faceva da scudo umano per impedire la demolizione di una casa. È un cargo che batte bandiera irlandese e porta milleduecento tonnellate di aiuti, più quindici attivisti, tra cui la premio Nobel Mairead Corrigan Maguire, non nuova a rumorose azioni di protesta contro il governo di Tel Aviv.

L'intenzione dichiarata è ripetere l'impresa che lunedì notte è finita con la morte di nove persone nelle acque al largo di Gaza. Secondo le prime stime, la nave arriverà tra domani e sabato nel punto in cui è scoppiato il violento scontro tra i passeggeri della Freedom Flottilla e i militari israeliani. Un comunicato informa che la Rachel Corrie imbarcherà altri passeggeri: «Giornalisti e personalità di spicco tra cui non si esclude la presenza di italiani». Il clima è teso, perché nonostante le dichiarazioni pacifiche («In caso di abbordaggio non sarà opposta resistenza e tutti si sdraieranno a terra con le mani alzate»), la nave rischia di diventare una nuova mina umana vagante per il Mediterraneo.

Il governo israeliano ha già fatto sapere di essere disponibile a consegnare gli aiuti umanitari, ma che bloccherà l'imbarcazione dirottandola verso un altro porto del Paese. I dati forniti dal ministero degli Esteri assicurano che negli ultimi diciotto mesi sono entrate a Gaza un milione di tonnellate di aiuti umanitari israeliani. Aggiunge il governo che anche l'Egitto è disponibile a cooperare alla consegna degli aiuti della Rachel Corrie, ma come già accaduto molte volte in passato, Israele non intende consentire la violazione dell'embargo. Tanto più che tra le merci a bordo, accanto alla cancelleria e alle attrezzature mediche, ci sono anche rifornimenti di cemento per l'edilizia, materiale il cui ingresso a Gaza è vietato per timore che sia usato da Hamas per costruire proprie basi.

A dare una misura chiara della situazione sono le parole del ministro della Difesa, Ehud Barak, in visita ai soldati della base Shayetet 13: «Non siamo in Nord America o nell'Europa occidentale, ma viviamo in Medio Oriente, un luogo in cui non c'è pietà e non ci sono seconde opportunità per chi non si difende». Ancora più esplicito, in un insolito discorso alla nazione trasmesso in diretta dai tg, il premier Benjamin Netanyahu: malgrado «l’attacco internazionale di ipocrisia», Israele intende mantenere il blocco. D’altra parte - ha proseguito il premier - la nave Marmara «non era una Love Boat, faceva parte di una flottiglia terroristica». E l’esperienza non depone a favore dei «pacifisti»: su altre navi intercettate in passato, la «Karine A» e la «Frankop», c’erano rispettivamente decine e centinaia di tonnellate di armi. «Se il blocco marino fosse forzato - ha aggiunto Netanyahu - a Gaza arriverebbero decine, centinaia di altre navi. Si costituirebbe là un porto iraniano».

Non solo. L'opinione pubblica per lo più fatica a comprendere queste azioni dimostrative che rischiano di degenerare ed essere strumentalizzate. Man mano che si diffondono filmati e testimonianze degli attacchi sferrati dalla nave turca, aumentano le manifestazioni di solidarietà verso i militari. «Siamo tutti Shayetet 13» recitano striscioni fatti sventolare nelle università e a Haifa sono esplosi scontri con manifestanti arabi che tentavano di oltrepassare il blocco della polizia. Anche il presidente Shimon Peres difende senza mezze misure l'esercito: «Sono fiero di loro, i nostri soldati sono stati colpiti proprio perché non volevano uccidere nessuno». Peres invita i manifestanti a cambiare obiettivo: «Invece di andare per mare a dimostrare, queste persone dovrebbero parlare con Hamas, perché è Hamas a opprimere la popolazione di Gaza».