E fra i popolari finisce in rissa

Roma Nel partito dell’ex Pci Pierluigi Bersani scoppia la rissa al centro, per chi si intesterà la rappresentanza dei post-Dc. E che la rottura tra i Popolari sia lacerante lo dimostra il duro scambio pubblico tra Franco Marini e il suo ex pupillo Dario Franceschini.
L’ex presidente del Senato, padre nobile di tutta l’ala ex Ppi, sale sul podio e si dice «molto preoccupato». Cita suo figlio: «Stasera mi chiederà: vi hanno dato le chiavi di casa? E onestamente dovrò dirgli di no. C’è un’area che Bersani ha lasciato scoperta. E visto che ha fatto un vicesegretario, potrebbe farne un secondo». Di lì a poco, dallo stesso podio, gli replica l’ex segretario: «Capisco l’istinto protettivo di Marini, ma la scelta di Bersani di fare un solo vicesegretario è pienamente legittima. Noi di Area democratica (la corrente che raccoglie la mozione Franceschini, da Marini a Veltroni) siamo nati per sostenere idee, non per rivendicare posti».
Uno strappo in piena regola. Ma perché i centristi si sentono «fuori casa»? A rigor di logica sembrerebbe una forzatura bella e buona, visto che Bersani è circondato di ex Ppi come un’isola dalle acque: quelli che erano schierati con lui, come Enrico Letta che gli farà da vice e come Rosy Bindi eletta presidente. E quelli che stavano contro di lui: il ruolo di maggior prestigio istituzionale, la presidenza del gruppo alla Camera, andrà a Franceschini. Ma il problema sollevato da Marini ha un nome e un cognome: Giuseppe Fioroni, l’ex ministro della Pubblica istruzione, fido erede mariniano, che nel primo giro di poltrone non ha ottenuto alcun incarico. È su di lui che si riversa quello che - perfidamente - l’ex segretario definisce «istinto protettivo». Perché Bersani, nonostante Fioroni fosse stato il primo, dalla mozione Franceschini, ad aprire alla trattativa col vincitore, alla fine ha deciso di scegliere come interlocutore proprio il suo rivale al congresso. Si lamenta un ex Ppi: «Dario prima ci ha promesso che non avrebbe accettato incarichi, poi ha deciso di fare il capogruppo e ci ha detto: vi garantisco tutti. Invece ha giocato solo per sé». Di concerto con il post-Ds Piero Fassino, che resterà responsabile Esteri.
E così la mozione di minoranza si è spaccata e il neosegretario si è trovato alle prese, proprio nel giorno dell’insediamento ufficiale, con una vera e propria faida sugli organigrammi. Fioroni lascia trapelare che «così i nostri in periferia non li teniamo, ho già le pressioni del sindacato, delle coop bianche e dell’associazionismo cattolico ad andare con Rutelli». I suoi annunciano a giorni un convegno di ex Ppi «per farci sentire» e insinuano che potrebbero essere guai anche per Franceschini: «Deve ricordarsi che le elezioni del capogruppo sono a scrutinio segreto», e i deputati popolari potrebbero fargliene mancare parecchi. Bersani invita anche gli ex Ppi a «promuovere una nuova generazione» ma assicura che «un ruolo Fioroni lo avrà». Non sarà quello di vicesegretario: Bersani non ne voleva neanche uno, e Letta certo non ne vuole un secondo. Non sarà neanche quello di coordinatore dell’esecutivo, che Fioroni stesso aveva accreditato, perché farebbe ombra sia a Letta che a Franceschini, ma qualcosa si troverà, magari nell’apposito comitato politico (il solito «caminetto» di big) che Bersani sta costituendo. Sperando che basti.