E i tecnici studiano come alleggerire la «tassa del tubo»

da Milano

«Dobbiamo trovare la quadratura del cerchio, anzi del tubo: e non sarà un’impresa facile». La battuta porta la firma di uno degli esperti impegnati in queste ore a individuare una possibile alternativa alla cosidetta «tassa del tubo» prevista dalla Finanziaria. Un prelievo straordinario sulle principali società di distribuzione di energia italiane, Snam Rete Gas e Terna, che secondo le previsioni vale per le casse dello Stato circa 2,5 miliardi di euro nel prossimo triennio e 800 milioni per il solo 2006. Una cifra consistente e imprescindibile per la manovra economica messa a punto dal governo Berlusconi ma che, a conti fatti, avrebbe l’effetto di ridurre drasticamente, se non di azzerare, gli utili di Terna e Snam Rete Gas, due società quotate e recentemente privatizzate.
Una prospettiva che ha subito allarmato i mercati finanziari e gli investitori istituzionali. In Borsa i titoli delle due società e quelli delle loro capofila, Eni ed Enel, hanno subito perdite considerevoli. La casa d’affari Goldman Sachs, con un certo sarcasmo, ha notato che quella sul tubo è «una tassa troppo elevata per essere vera». E di ciò si devono essere convinti anche gli esperti del ministero che stanno infatti valutando le possibili ipotesi alternative. Con un obiettivo: garantire per intero l’introito previsto dalla Finanziaria senza però penalizzare due sole società. Come? Al vaglio ci sono diverse ipotesi. Ma quella che in queste ore sembra raccogliere più consensi tra gli addetti ai lavori è un intervento fiscale ma «a valle» della distribuzione di energia. In altre parole si tratterebbe di tassare i distributori finali di energia. Non più quindi Snam Rete Gas e Terna, che gestiscono la rete principale, ma Enel distribuzione, Eni-Italgas e alcune municipalizzate. In questo modo, è la tesi degli esperti, si otterebbero due risultati: distribuire il peso della tassa straordinaria prevista dalla Finanziaria su più soggetti e incidere, per la parte più consistente, direttamente sugli utili delle capogruppo Enel e Eni, i due colossi nazionali dell’energia la cui notevole redditività consentirebbe però di assorbire senza effetti eccessivamente negativi l’impatto della tassa del tubo.