E i Vanzina preparano la satira «Italia 2051»

da Roma

I Vanzina si prendono una vacanza. Per modo di dire. Conclusa la trilogia dedicata al rifacimento di classici popolari degli anni Settanta-Ottanta, come Febbre da cavallo, il Monnezza e Eccezzziunale...veramente, i due fratelli si rivolgono alla fantascienza per raccontare, sotto forma di commedia itinerante, l’Italia del futuro prossimo venturo. Ma prima li aspetta l’ormai famoso film per Medusa del Natale 2006 con la neocoppia Boldi & Salemme. Titolo: Arriba España, Olé. Liquidata l’incombenza, si dedicheranno all’ambizioso progetto: una novità per loro, i quali, con l’eccezione di un dimenticabile episodio futuribile di A spasso nel tempo 2, mai si sono davvero cimentati con il genere. Anticipa Enrico Vanzina: «Si chiamerà Italia 2051. L’idea è di raccontare il Paese che ci aspetta. Non a caso, si parte da una città del Sud che abbiamo ribattezzato Palermabad, completamente arabizzata. Sarà l’inizio di un viaggio simbolico e grottesco, nel tentativo di ricostruire un’Italia che non c’è più. Si parlerà anche di politica, ma alla nostra maniera».
In che senso? «Be’, guidata da un professore universitario che mi auguro sia Gigi Proietti, questa novella Armata Brancaleone si mette insieme per raggiungere a Torino un ricostituendo governo italiano. In un clima da Fuga da New York, quei dieci attraversano il Regno delle Due Sicilie, il Granducato di Toscana, la Padania. Un’Italia scomposta, quasi pre-risorgimentale, dove vanno tutti in bicicletta. Uno si chiama Sms, perché parla la lingua dei cellulari».
Naturalmente si riderà, perché i Vanzina, dopo una quarantina di titoli in trent’anni (il primo, Luna di miele in tre risale al 1976), hanno messo a punto una ricetta che sintetizzano così: «Con l’età abbiamo capito che i film comici si fanno così, valutando con l’accetta: questo fa ridere, questo no, senza troppe puzze sotto il naso». Del resto, nonostante qualche incursione nella commedia sentimentale o nel giallo, i Vanzina continuano a proporsi come gli artefici di un cinema nazional-popolare che non ha paura di muovere al sorriso, prendendo di mira usi, costumi e miti di un’Italia piccolo-borghese, spesso cialtronesca e arrogante, ma dotata di una vitalità incosciente. Per questo, sfotticchiando coloro che chiamano «gli intelligentoni» del cinema d’autore, non si stancano mai di consigliare ai registi esordienti di «non perdere il contatto con la risata italiana».