E gli intellettuali scaricano i «furbetti del Botteghino»

Emanuela Fontana

da Roma

Dai lettori dell’Unità arriva l’indignazione piena di rancore della base, ma i colpi più dolorosi per la dirigenza ds sono quelli che uno a uno vengono assestati dall'intellighenzia, dai pensatori, opinionisti, politologi di sinistra che in questi giorni stanno tentando di guardare al di là delle cronache quotidiane sulla scalata di Unipol a Bnl e sugli intrecci tra la compagnia assicurativa e la politica.
Gli attacchi intestini sono centellinati. Alcuni sono plateali schiaffi, altri invocazioni d'orgoglio, altri ancora messaggi cifrati per addetti ai lavori ma diritti al bersaglio. Prima Claudio Rinaldi su l’Espresso, poi Furio Colombo e Antonio Padellaro sull’Unità, ieri Lucia Annunziata su La Stampa.
Il termine più contestualizzato è stato quello di Rinaldi sul settimanale del gruppo De Benedetti: «I furbetti del Botteghino», il grido più preoccupato quello dell’ex presidente Rai: nella vicenda Unipol, per la sinistra, sostiene, «rischia di rimanere bruciato il principale valore della sua identità, l’elemento che l’ha tenuta a galla e che le ha permesso di attraversare quasi intatta le bufere degli ultimi dieci anni: la sua diversità». L’Annunziata utilizza la cesoia nella sua risposta a un lettore della Stampa, Fabio di Torino, che scrive trionfale: «Anche nella Lega delle Cooperative esiste il marcio, e perfino, ad altissimi livelli. Siamo tutti uguali!»: «Per risolvere la questione che pone - riflette l’editorialista - basterebbe infatti un piccolo gesto, il licenziamento, o le dimissioni, di chi ha sbagliato, le scuse per le solite mele marce».
Impegnati a rispondere alle lettere che piovono sui giornali di partito e su quelli meno schierati, agli infiniti punti di domanda dell’elettorato e di chi semplicemente vuole capirne di più, i politologi a sinistra hanno assunto la linea di un’autocritica all’apparenza senza ossequio. La fatidica «questione morale» spesso invocata anche di recente viene completata da un nuovo termine d’elite: «la diversità». La diversità della legalità che, secondo le teorie autofustiganti di questi giorni, si sta sgretolando come un palazzo a cui sia stata tolta la terra dalle fondamenta.
La sinistra è «normale», prende dunque atto con una punta di amarezza la Annunziata commentando le vicende legate alla scalata alla Bnl da parte di Unipol e ai meandri che si sono aperti in questa inchiesta. La «diversità» caratterizzante è scomparsa: «Il sentimento che si sente circolare nelle fila di questa sinistra oggi non è tanto il timore del risultato delle inchieste o delle prossime elezioni, ma un grande sentimento di umiliazione nello scoprire la propria “normalità”».
Da qui nasce la preoccupazione più pratica in vista delle elezioni di aprile: per «non deludere le aspettative dei tanti Andrea che il 9 aprile vogliono dare un senso al loro voto», scriveva Antonio Padellaro sull’Unità l’ultimo dell’anno, la sinistra deve togliere dalla strada «il sospetto che si possa arrivare, per pigrizia, per accomodamenti o per inciuci a una sorta di berlusconismo senza Berlusconi». E spetta dunque «alla sinistra un obbligo della diversità difficile da garantire sempre e comunque», conclude il direttore. Mentre l’ex, Furio Colombo, traccia il tragitto della campagna elettorale della sinistra, che suona come una chiamata al recupero della dignità. La «legalità» non è «solo una rete di regole con alcuni pilastri e principi fondamentali che fanno da riferimento e da fondamento nei tanti percorsi della vita pubblica».
Claudio Rinaldi sull’Espresso ricorda Enrico Berlinguer: si starà rivoltando nella tomba da mesi, considerava, vedendo in quale «melma» per usare un termine della Annunziata, sono affondati i nipoti della Quercia, che paiono «ignorare la questione morale a lui cara» e hanno tifato «sbracatamente per un’operazione finanziaria dai contorni oscuri»: «Niente e nessuno obbligava Piero Fassino & Co a schierarsi platealmente al fianco di Giovanni Consorte», scrive Rinaldi nel suo intervento sui «furbetti».
Due quindi i capi di accusa: «Il rozzo avallo che i ds hanno dato ai cosiddetti immobiliaristi, per la prosaica ragione che quei parvenue dovevano vendere le loro azioni a Bnl e Consorte». E un secondo, che tira direttamente in causa l’atteggiamento nei confronti dell’ex governatore della Banca d’Italia: «Il secondo guaio è che appoggiando le iniziative di Consorte, e indirettamente quelle di Fiorani, i Ds si sono negati la possibilità di criticare con la giusta durezza l’uomo che ne era il grande regista».
La «teoria dalemiana» dell’opportunità dell’ingresso della sinistra «nel sistema economico-finanziario è un’idea autolesionistica, oltre che di assai dubbia correttezza». La conclusione è un naufragio: «Se sponsorizzando Consorte i furbetti del Botteghino miravano a rinforzarsi nel risorto Ulivo, a scapito degli amici e rivali della Margherita, hanno maldestramente sortito l’effetto opposto».