E invece sono a rischio le nostre bellezze

Triste estate per i monumenti. Ho visto a Monguelfo il penoso edificio, in tutti i sensi meschino, che la protervia del sindaco ha fatto costruire al posto della bella pretura ottocentesca, abbattuta per puro vandalismo istituzionale. Lo stesso che ispirò la distruzione della teca di Vittorio Ballio Morpurgo all’Ara Pacis, per il selvaggio furore modernista di Rutelli. Ma d’estate la violenza appare incontenibile, forse nella confidenza che i controlli siano più tenui. Così l’anno scorso a Milano, pure con la interiore disapprovazione del sindaco Moratti, che disturbai per avere conforto, si distrusse ad agosto lo stabilimento dell’Alfa Romeo per lasciare spazio a fantomatica rotatoria. Della invereconda distruzione resta un filmato, a futura memoria, girato dalla mia impertinente sorella con l’aiuto del consigliere provinciale Giovanni De Nicola che si incatenò per impedire lo scempio. Niente da fare. La rotatoria era necessaria. La memoria giudicata inutile.
Anche nella città di Salemi devo vigilare perché la legge del terremoto consente di abbattere edifici nel centro storico per ricostruirli nuovi. Legge idiota che favorisce il calcestruzzo in nome di false garanzie di sicurezza che già hanno mostrato il loro limite nel crollo della Basilica di San Francesco d’Assisi.
Ma in questa estate niente raggiunge, se non i bombardamenti in Ossezia e in Georgia, la gratuita violenza della distruzione avvenuta nella già civile Fidenza di una palazzina liberty che avrebbe tentato di compiere cento anni. Il pomeriggio del 4 agosto nonostante le nobilissime proteste dell’associazione Italia Nostra e l’ordinanza della Sovraintendenza che imponeva la sospensione dei lavori (lavori!? Pura distruzione, in realtà), si perfezionava l’abbattimento di casa Panini, giudiziosa e armoniosa architettura liberty costruita nel 1910 circa. Vedere ora le macerie con i fregi floreali amplifica la portata del delitto per cui probabilmente nessuno finirà in carcere. Eppure la Sovraintendenza aveva avvisato in tempo utile ad evitare la catastrofe, il laureato in architettura (che si fregia del titolo di architetto) Alberto Gilioli, dirigente del Comune di Fidenza, in fatto e in diritto dipendente dal sindaco Giuseppe Cerri e dal vicesindaco, assessore all’Urbanistica, Paolo Antonini (che, come si diceva ai tempi di Tangentopoli, non potevano non sapere). L’ingiunzione della Sovraintendenza è arrivata anche a Enrico Montanari, amministratore unico della società che ha provveduto alla distruzione.
Il minimo che si può dire è che questi signori, dal sindaco al costruttore, pur laureati, hanno fatto cattive scuole e ignorano un’epoca e uno stile che corrispondono perfettamente agli amatissimi poeti sui cui testi siamo stati educati. La palazzina Panini è dello stesso tempo di Pascoli e d’Annunzio, poeti amatissimi, sarebbe concepibile bruciare, cancellare, dissolvere i Canti di Castelvecchio, le Laudi del cielo del mare e della terra, e con loro il Gelsomino notturno e la Pioggia nel pineto?
Il sensibilissimo ministro Bondi, che ho informato appena il sindaco di Zibello Manuela Amadei e il dottor Ivano Sartori mi hanno avvisato del delitto di Fidenza, potrà anche meglio di altri intendere la gravità di quest’azione criminale che dovrà essere ricordata come il delitto di Fidenza. Penso a Bondi, ma anche al ministro della Pubblica istruzione Gelmini e al continuo richiamo alla necessità di buoni studi e di scuole che diano elementi utili anche alla sensibilità civica. Bell’esempio danno gli amministratori di Fidenza.
Quante sono le palazzine liberty a Fidenza? E per quali ragioni un edificio praticamente sano, solido, dovrebbe essere abbattuto per sostituirlo con l’orrore di una speculazione edilizia cui prestano il loro nome progettisti, laureati in architettura, fiancheggiati da funzionari comunali in una lampante associazione a delinquere, contro la storia, in nome del brutto cui cattive facoltà di architettura li hanno educati? Il ministro Bondi, che dichiara candidamente (e perfidamente) di non capire alcune espressioni dell’arte contemporanea, dovrà essere anche più severo nell’impedire il manifestarsi della cattiva architettura a danno di tutti.
In questo desolante panorama voglio ricordare un’anima bella che ha invano tentato di portare l’amministrazione di Fidenza alla ragione: il bravo architetto della Sovraintendenza Luciano Serchia, che già in passato si era distinto per tentare di salvare l’integrità della settecentesca Villa Serena di Piacenza dagli interventi devastanti voluti, guarda caso, dal sindaco di quella città. Povera Emilia, poveri noi.