E in Israele è di nuovo il tempo di fare la guerra

Se Tel Aviv fosse Napoli a qualcuno, commentando la visita di Bush in Israele, verrebbe voglia di dire «finita la festa, gabbato lu santo». La festa è stata quella imponente del 60° anniversario della creazione dello Stato di Israele a cui la presenza del presidente Bush e dei partecipanti alla grande conferenza scientifica indetta dal presidente Peres ha dato lustro. Lo «santu gabbato» è stata la pace che non si è fatto che auspicare pur sapendo che con la partenza del presidente americano non ci sarebbero più stati ostacoli al lancio di una nuova operazione militare. A chi ne avesse dubbi basterà riflettere sulla dichiarazione del ministro della Difesa Barak, dopo la salva di razzi palestinesi da Gaza che ha fatto, mercoledì, due morti e 14 feriti nella città di Ashkalon. «I suoi abitanti - ha detto - non dovranno ancora attendere molto digrignando i denti».
Se la mancanza di una adeguata risposta agli attacchi era difficile da giustificare da parte del governo con la speranza di armistizi e di negoziati politici, dopo il riuscito colpo di mano degli Hezbollah nel Libano diventa impossibile. Esso ha di fatto portato l'Iran e la sua minaccia di distruzione di Israele sulla frontiera nord dello Stato trasformandosi, nell'immediato, in una minaccia seria e diretta per la sopravvivenza del governo di Gerusalemme.
Proprio perché il primo ministro Olmert si trova indebolito da nuove accuse di frode elettorale, egli non è più in grado di opporsi ad una operazione militare che il Paese invece chiede, deridendo i suoi tentativi di negoziare un accordo con l'Autonomia palestinese in Cisgiordania e lo scambio di messaggi indiretti con la Siria per un negoziato di pace (a cui per opposte ragioni tanto Washington che Teheran si oppongono). La decisione di come e quando agire sembra ormai passata nelle mani del ministro della Difesa e del Capo di Stato maggiore, due persone che ispirano fiducia al Paese per il loro passato militare. La questione è ora sapere quali mezzi verranno impiegati contro Hamas, tenuto conto della possibilità che un attacco in grande stile contro il governo islamico di Gaza riaccenda il fronte col Libano.
La probabilità di una guerra su due fronti comporta la necessità di raggiungere a Gaza in pochissimi giorni gli scopi desiderati. Il che non è facile, ma indispensabile se si vuole sfruttare le difficoltà che gli Hezbollah ancora incontrano in Libano per coronare politicamente il successo del loro colpo di mano militare contro la coalizione anti siriana del premier Seniora. Non occorre essere grandi strateghi per comprendere le difficoltà che uno scontro del genere comporta anche a causa degli enormi interessi extra israeliani (americani, sauditi, siriani e iraniani). Ma se reagire è ormai impossibile, reagire senza impegnare i mezzi e la volontà necessaria per riportare una rapida vittoria sarebbe più disastroso.
R.A. Segre