E Israele preme per attaccare l’Iran

Il giro d’Europa di Olmert ha avuto un percorso molto particolare che accende una luce rossa. Ieri e lunedì il primo ministro israeliano ha visitato due amici sicuri: sia Nicolas Sarkozy sia Gordon Brown lo hanno accolto a Parigi e a Londra con grandi onori e hanno dichiarato a una voce che l’Iran deve cessare, pena sanzioni sempre più aspre, i suoi piani nucleari. Sarkozy, in particolare, ha anche detto che «è giunto il momento di prendersi i propri rischi». Brown ha dichiarato che l’Iran è «una minaccia per tutti». Certo, fra strette di mano e sorrisi, tutti hanno negato qualsiasi riferimento all’eventualità di un intervento militare per distruggere i siti. Ma Olmert avrebbe piazzato di fronte ai suoi amici le immagini e le informazioni del Mossad e avrebbe detto ai suoi interlocutori: «Attenzione, siamo alle porte della produzione dell’atomica. Ahmadinejad sta per farcela, se in Siria era già in funzione una piccola struttura atomica nordcoreana all’insaputa di tutti, l’Iran è certamente ben oltre; e le informazioni sulle centrifughe in funzioni sono molto allarmanti». Olmert poi, secondo l’Agenzia Debka, spesso bene informata, avrebbe detto che le sanzioni potrebbero non avere più alcun effetto e che da adesso potrebbero essere necessarie azioni, e non parole. È proprio a causa della delicatezza del soggetto che Olmert avrebbe visitato solo Paesi che già hanno espresso tolleranza zero per un Ahmadinejad atomico. Olmert non ha visitato né l’Italia né la Spagna e neppure la Germania, che quando si tratta di sanzioni frenano e non considerano in nessun caso l’uso della forza.
Dell’esistenza di informazioni allarmanti si è avuto sentore quando il vicepresidente americano Dick Cheney ha detto d’un tratto domenica scorsa al Washington Institute per gli Studi mediorientali: «Il nostro Paese e l’intera comunità internazionale non staranno a guardare mentre uno Stato che promuove il terrore realizza le sue più grandi ambizioni». Anche l’ambasciatore israeliano negli Usa Sallai Meridor lunedì ha detto che Israele deve esser preparata «a prevenire, a usare la deterrenza, a sconfiggere, se possiamo i pericoli che minacciano il Paese», aggiungendo che «manca molto poco» al momento limite per fermare l’Iran con l’atomica. Intanto Ehud Barak, ministro della Difesa israeliana, compiva un giro di ricognizione negli Stati Uniti incontrando anche il presidente George W. Bush.
Ma perché, se si è trattato di un’urgente ricognizione degli amici, Olmert giovedì scorso ha anche visitato Putin dopo che il presidente russo era stato a Teheran? Putin certo un amico non è, anzi, è intento a ricostruire l’egemonia russa in Medio Oriente utilizzando, con forniture di armi e scambio di servizi segreti, la scia strategica antiamericana e antisraeliana creata dall’Iran. La risposta è nel campo dei suggerimenti incontrollati: Putin avrebbe avuto, dopo aver parlato con Ahmadinejad, un colloquio molto duro con la suprema guida Ali Khamenei, a cui avrebbe comunicato l’impossibilità di appoggiare indefinitamente una politica estremista, pazzoide come quella di Ahmadinejad. «O smettete con questa continua grancassa nucleare e con le minacce senza sosta e abbandonate i progetti nucleari, o cesseremo dal difendervi dalle sanzioni dell’Onu» avrebbe detto Putin. L’allarme per il vortice di estremismo in cui il regime è caduto è dunque non solo di Israele o degli Usa, ma fiorisce in Iran; lo si sente anche nel mondo arabo moderato, che teme Ahmadinejad e lo odia. L’Arabia Saudita si avvia controvoglia alla conferenza di Annapolis non tanto per favorire la pace fra palestinesi e israeliani, quanto per cercare di fermare l’Iran.
È meno paradossale di quel che sembra: le poche chance del processo di pace risiedono nella decisione che il mondo prenderà di combattere l’Iran guerrafondaio di Ahmadinejad.