E in Italia dal centrosinistra arriva un assordante silenzio

Da Prodi in giù nessuna dichiarazione nel giorno in cui è sancito il ritorno dell’Irak tra le democrazie

Fabrizio De Feo

da Roma

Sono due fotografie tristemente opposte. Da una parte c’è una maggioranza di iracheni che, dopo essersi messa alle spalle una delle più feroci dittature della storia, consegna alla memoria le atrocità subite in trent’anni di baathismo ed esulta per aver riscattato il proprio diritto alla vita con lo strumento principe per l’edificazione di una democrazia: la Costituzione. Dall’altra, a molte migliaia di chilometri di distanza, c’è il centrosinistra italiano che stacca la spina, indossa i consueti paraocchi dell’antiamericanismo e, piuttosto che partecipare a quella che dovrebbe essere una grande festa per tutte le forze politiche democratiche, ignora l’evento e adotta la regola del silenzio.
La notizia è di quelle che segnano la storia. Da ieri gli iracheni sono liberi di vivere secondo la religione, la setta, il credo di loro scelta. Sono uguali davanti alla legge. Possono contare su garanzie costituzionali di rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. E godono di una sovranità che ora risiede nelle mani del popolo che la esercita tramite regolari elezioni. Una rivoluzione. E un piccolo miracolo, considerata l’eredità della dittatura, il caos e le costanti intimidazioni in cui i costituenti hanno dovuto lavorare. Eppure alla coalizione di Romano Prodi - lo stesso che ha dichiarato che nel 2006, con la vittoria dell’Unione, le truppe «di occupazione» italiane saranno ritirate dall’Irak - questo non sembra interessare. A quella che dovrebbe essere una grande festa della democrazia nessun esponente del centrosinistra vuole partecipare. E un atteggiamento simile adottano anche l’Unità, il Manifesto e Liberazione che dedicano un solo pezzo alla vicenda, soffermandosi soltanto sul dissenso e le divisioni tra sunniti e sciiti. Evidentemente il salto di qualità democratico compiuto dall’Irak, la spina nel fianco infilzata nel cuore di un’area geografica, quella mediorientale, in cui prosperano soltanto regimi autoritari, dittatoriali e antidemocratici non merita neanche un accenno, un commento, un saluto. Meglio perseverare nell’errore e decretare che un Irak libero e democratico è un particolare periferico all’interno del dibattito e che la Costituzione è spazzatura della storia, un inutile velo dietro cui nascondere il fallimento della politica statunitense. Un atteggiamento perfettamente coerente per una coalizione che, in alcune sue frange, prima si è schierata non dalla parte del popolo iracheno che subiva il genocidio perpetrato da Saddam Hussein, ma dalla parte di Saddam Hussein. E poi successivamente addirittura dalla parte dei terroristi immaginati come degli orgogliosi resistenti. Una deriva frenata con poca convinzione anche dai settori cosiddetti riformisti dell’Unione, con l’eccezione di Francesco Rutelli che salutò come «un passaggio di importanza cruciale» le prime libere elezioni in Irak. Unica voce chiara in un coro imbarazzato, confuso e inevitabilmente dissonante. Un coro soppiantato questa volta dalla rigorosa regola del silenzio.