Dopo Alì e Johnson, ora Jabbar: «Ho la leucemia»

I PRECEDENTI Il Parkinson di Clay, il morbo di Lou Gehrig, Magic sieropositivo. Kareem: «Lo rivelo per aiutare gli altri»

Prima ha combattuto contro il cancro, la leucemia mieloide che aveva già sconfitto suo nonno, lo zio e reso infernale la vita del padre, poi, quando ha capito che quei globuli bianchi potevano essere riconvertiti, ha cercato un modo per regalarci di nuovo il suo gancio cielo, quel tiro che per i suoi compagni era speranza, per gli avversari sentenza e per lui, Kareeem Abdul Jabbar, nato a New York nel 1947 come Lew Alcindor, un modo per cavalcare le grandi onde dello sport professionistico, del basket di cui è stato uno dei più grandi interpreti, un gioco che lo ha visto sulla scena fino al 1989, quando aveva 42 anni, quando aveva raggiunto il record di 38.387 punti segnati stregando la palla con quegli occhi protetti da occhialoni speciali che lo riparavano dalle ditate degli avversari.
A sessantadue anni Kareem ha scoperto il male dentro se stesso, lo ha guardato in faccia sottoponendosi agli esami nella clinica specialistica della Ucla di Los Angeles, dove vinse titoli universitari dal 1967 al 1969, battendo ogni tipo di record; poi ha deciso di affrontare le cure e adesso, dopo aver rinunciato ad un incarico tecnico con Memphis, lo stesso che aveva con i Lakers, la squadra che con lui (già campione coi Milwaukee Bucks) vinse 5 anelli Nba, sarà il testimonial per l'azienda farmaceutica svizzera che produce la medicina che sembra avergli restituito la voglia di battersi, di vivere, di essere la voce della speranza per chi davanti a questo tipo di malattie pensa di non potersi più salvare.
Lui lo ha fatto undici mesi fa, quando scoprì che la leucemia lo stava divorando e ora si sente pronto a far sapere al mondo che anche queste rarissime forme di cancro si possono comunque combattere e vuole che tutti seguano il suo esempio: «All'inizio mi ero spaventato, ho pensato di avere soltanto un mese di vita e la prima domanda che mi sono fatto è stata: cosa posso fare? Poi la voglia di vivere ha prevalso, ho ritrovato la speranza, la malattia ha avuto poche ripercussioni sulla mia vita, ho capito che si poteva combattere, che il male doveva essere contrastato, sono la prova vivente che si può uscire vincitori anche se all'inizio sei terrorizzato e quelle vampate di calore, quella sudorazione esagerata sembrano un incubo passato. Adesso vivo, posso anche godermi di nuovo la cucina Tai, ma la gente doveva sapere e come ha fatto il mio amico Magic Johnson ho voluto che il mondo sapesse che non esistono malattie invincibili».
Già, perché nella storia dei grandi Lakers è la seconda volta che uno dei suoi giocatori mitici viene alla ribalta per parlarci di malattie gravissime che comunque si possono combattere: anni fa fu Magic Johnson ad annunciare di essere risultato positivo al test per l'Aids, pronto a confessare i peccati della sua vita privata pur di combattere insieme agli altri contro la peste di questi ultimi due secoli. Magic tornò anche sul campo, vinse pure le Olimpiadi a Barcellona nel 1992, gironzolò per i campi, andando persino in Scandinavia, fu il testimonial vivente della battaglia, anche se molti lo accusarono di aver esagerato sul suo stato di salute per poter essere ancora alla ribalta, e non certo gratuitamente.
Succederà anche con Jabbar, ma è dai tempi di Lou Gehrig, il più grande prima base del baseball, nella storia degli Yankees, che le confessioni dei campioni vengono manipolate da chi poi crede soltanto alla malattia quando li vede uscire sconfitti e Gehrig se ne andò a 39 anni, tre dopo il ritiro, senza riuscire a vincere la sclerosi laterale amiotrofica che distrugge le cellule dedicate alla stimolazione dei muscoli, lui che aveva esaltato le folle, lui che nel giorno dell'addio si dichiarò comunque fortunato per il tanto affetto ricevuto.
Ma i campioni sono così, se devono andare in un’arena diversa da quella dove sono stati idoli delle folle ci mettono la faccia. Lo fanno in tanti, dal loro esempio qualcosa viene sempre fuori di positivo e anche il sacrificio di Cassius Clay-Muhammad Alì, messo alle corde dal morbo di Parkinson, ma non certo al tappeto vista l'attività che ancora coinvolge il più grande dei pugili, testimonial di una battaglia per un'altra malattia che non concede scampo. Noi li vediamo sempre come eroi anche quando la loro vita è in pericolo, ma dobbiamo anche credere al loro sacrificio senza lasciarli mai soli come testimoniano i tanti che ora si battono contro la Sla, anche se non tutto va come dovrebbe andare.