E "il Kennedy italiano" diventato regista caccia Fabrizio Corona

Massimo Emilio Gobbi: "Ha mandato un certificato medico, invece era
andato a trovare Belén in Sudafrica. Ho denunciato 'Striscia la
notizia': io non giro "film fantasma". Ma il Pm indaga

La prima domanda che ti poni non appena il regista Massimo Emilio Gobbi, fondatore del movimento politico «Il Kennedy italiano» ispirato a sé medesimo, attacca a parlare è questa: sarà vero? Sarà vero che nel 2007 ha «conosciuto Barack Obama attraverso Ron Paul, candidato alla presidenza degli Stati Uniti appoggiato con 50 milioni di dollari dal finanziere George Soros, per il quale ho lavorato»? Sarà vero che è stato «collaboratore delle più grandi banche d’affari del pianeta»? Sarà vero che è «fuggito dalla Lehman Brothers un minuto prima che venisse giù tutto, anche il soffitto»? Sarà vero che ha «sponsorizzato un match fra Mike Tyson e l’attore Mickey Rourke, ex pugile, al Madison Square Garden di New York»? Sarà vero che ha appena acquistato i diritti di 322 titoli della storia del cinema, da Rio Bravo di John Ford a Sinuhe l’egiziano di Michael Curtiz, e ora si appresta a trasferirli su Dvd per la vendita e il noleggio? Sarà vero che il protagonista del suo prossimo film, Scarface, «potrebbe essere Al Pacino, come nell’originale di Brian De Palma uscito nel 1983»?
Ecco, l’unica cosa certa, per adesso, è che il primo a essere prescelto da Gobbi per il ruolo di Tony Montana nel remake era stato in realtà Fabrizio Corona. Ma subito bisogna tornare a fidarsi del regista quando racconta d’aver cacciato dal set per inadempienza contrattuale, dopo poche pose, il fidanzato scavezzacollo di Belén Rodríguez: «Mi ha mandato un certificato medico. Invece ho scoperto che era volato in Sudafrica a trovare la sua morosa, impegnata a girare il cinepanettone con Christian De Sica. Gli ho telefonato per dirgli: mandami il certificato definitivo, con me hai chiuso». Una situazione che qui in Veneto, dove Gobbi è nato nel 1956, si riassume nell’adagio «carnevàl che dise mal de quaresima», o anche «che dise goloso a la quaresima», applicato al vizioso che rimprovera a un altro il proprio vizio. Nel frattempo, per non smentirsi, «il Kennedy italiano» provvisoriamente dedito alla manovella ha provinato per il ruolo femminile Brigitta Bulgari, vero nome Brigitta Kocis, 28 anni, pornostar biondo platino di padre svedese e madre ungherese, definita «la nuova Moana Pozzi», arrestata nel maggio scorso per aver consentito ad alcuni spettatori minorenni di ispezionarle le parti intime mentre si esibiva in uno spettacolo a luci rosse in una discoteca di Fossato di Vico (Perugia).
Dimenticavo: altra cosa certa è che Massimo Emilio Gobbi è alle prese con qualche grattacapo giudiziario. A Padova è stato iscritto nel registro degli indagati dal pubblico ministero Sergio Dini. Ipotesi di reato: truffa continuata. Secondo l’accusa, aspiranti attori e tecnici avrebbero pagato fino a 20.000 euro per partecipare a un film ispirato al libro Gomorra, suggestionati dal fatto che Gobbi ha recitato nella pellicola di successo tratta dal romanzo di Roberto Saviano con la regia di Matteo Garrone.
E che sarà mai? Il suo collega Dario Argento non è forse appena stato denunciato dall’attore Adrien Brody, premio Oscar per Il pianista, ancora in attesa dei 640.000 euro di compenso pattuiti per Giallo? Ma qui Gobbi insorge, respingendo sdegnato accostamenti impropri e mi porge, ancora cellofanata, una copia del Dvd di Kamorrah days, «un film di Massimo Emilio Gobbi, con la partecipazione straordinaria di monsignor Emmanuel Milingo», 80 minuti di durata e tanto di bollino Siae: «E questa sarebbe la pellicola fantasma, quella che non ho mai girato? Giudichi lei».
Gobbi non perde mai il buonumore e sembra sicuro del fatto suo, quando parla. Se sta recitando una parte, l’ha studiata magnificamente. Magari dice sempre la verità, però la racconta come se lui per primo ci credesse poco. Un guascone. Si capisce fin dal modo in cui apostrofa Marco, senegalese che da 16 anni fa il cameriere a Villa Braida di Mogliano Veneto: «Ehi, dottore, come te la passi? Ricordati che se ti licenziano da questo hotel, ti assumo a casa mia come maggiordomo». Il nero sorride e ringrazia.
Di sicuro Gobbi non finge quando allinea sul tavolo alcune scatole di farmaci antineoplastici e ingolla una dopo l’altra quattro pillolone di vario colore. «Devo prenderne quattro la mattina, quattro a mezzogiorno, quattro la sera. Mi hanno asportato il rene destro. Stavo partendo per New York. Sono stramazzato sul pavimento dell’aeroporto. Credevo fosse una colica. Invece... È un male che non si fa sentire. Non fumo, non bevo, non mi drogo. Maledizione di famiglia: mio padre fu ucciso da un tumore al pancreas a 39 anni, io ne avevo appena 7. Sono morti così anche la mamma, il nonno, gli zii e un mio fratello di secondo letto, che aveva solo 25 anni. Il cancro non ha religione: è laico, colpisce tutti. Punto e fine. All’ospedale di Dolo mi curavano per un calcolo all’uretere. È venuto a trovarmi un politico, siamo amici da quando facevo il Kennedy italiano. Non l’ho nemmeno riconosciuto. Ha detto a mia moglie: “Massimo sta morendo”. Mi ha fatto trasferire a Este. Ero in setticemia. Mi ha salvato il primario di oncologia, Antonino Calabrò. Ho appena terminato l’ennesimo ciclo di chemioterapia. Dei quattro che l’hanno fatta con me, sono l’unico sopravvissuto. Ho già avuto anche tre infarti».
Mi spiace. Però un regista che viene dall’alta finanza non s’era mai visto.
«Ha davanti un ebreo battezzato. Vado sia in chiesa che in sinagoga. Sono molto credente: credo che dopo la morte ci sia il nulla. La mia famiglia viene dal ghetto di Venezia, città dove abito. Il vero cognome, cambiato prima delle leggi razziali, sarebbe Du Safra. Mio nonno Giovanni Emilio era portiere d’albergo a Capri. Divenne amico dell’armatore Aristotele Onassis. Quando morì, nel 1964, aveva una banca d’affari a Tel Aviv. Henry Kissinger dice che se hai tanto denaro ma non hai relazioni, muori di fame. Io ho relazioni. Un socio del nonno mi presentò a Edmond Safra».
«Quel» Safra?
«Sì, l’ebreo sefardita fondatore della Republic national bank of New York, morto asfissiato nel suo lussuoso appartamento di Montecarlo, a 68 anni, per la pirlaggine di Ted, una guardia del corpo che gli faceva anche da infermiere a 600 dollari al giorno. Per guadagnarsi la benevolenza di Safra, Ted simulò un incendio in casa: voleva fingere un salvataggio. Ma il banchiere, anziché lasciarsi soccorrere dal gorilla, si barricò nella toilette blindata e crepò carbonizzato. Ho imparato tutto da Safra. Mi ha fatto lavorare a New York, a Singapore, a Macao. Sono stato uno dei pochi al mondo a entrare nella “fabbrica” dei derivati, vicino a Londra, dove venivano creati gli hedge found spazzatura che hanno impestato il pianeta. Ho lavorato anche per Raul Gardini, abilissimo nelle speculazioni sulle commodity, a cominciare dai cereali».
Quindi è ricco di famiglia?
«No, poverissimo. Me l’ha chiesto anche il Pm: “Quanto guadagna?”. Il necessario, gli ho risposto. Ho un modello Unico da impiegato».
«Voglio solo el caregóto», lo scranno, aveva messo bene in chiaro quando si autoproclamò «il Kennedy italiano».
«Voglio vincere, sì. Come ho fatto col cancro. Ho chiesto al chirurgo di farmi vedere il mio rene con attaccato il tumore di 6 centimetri e gli ho detto: se me lo lascia qui, me lo mangio. Col movimento politico facevo convention da 1.500 persone. Le mie teleprediche su un canale che trasmetteva da Rovigo finivano a Milano, il segnale da Milano veniva spedito a Parigi, da Parigi a Tel Aviv e da Tel Aviv a New York. È così che mi hanno conosciuto fin negli Stati Uniti».
Chi l’ha conosciuta?
«Matteo Garrone, il regista di Gomorra. Mi ha visto fare il Kennedy italiano su Challenger Tv, canale 922 di Sky. Mi ha detto: “Eri il volto che cercavo”. Nel film mi ha fatto interpretare l’imprenditore del Nord che ricicla 800 tonnellate di rifiuti tossici. Saranno tre-quattro minuti in tutto, però Martin Scorsese ha usato quella scena per presentare Gomorra a New York. Il mio faccione giganteggiava sui cartelloni digitali di Times Square. Idem per i trailer del film andati in onda sulla Rai. Garrone, il protagonista Toni Servillo e il produttore Domenico Procacci al Festival di Cannes erano incazzati neri perché gli ho rubato la scena, la folla riconosceva solo me. Un risarcimento morale più che meritato, visto che ho preso appena 80 euro, mentre Gomorra ha incassato oltre 10 milioni».
Lei, figlio della Serenissima, non s’è vergognato a mischiarsi con i camorristi sia pure solo sullo schermo?
«Certo. Ero l’unico del Nord anche sul set, dove comandavano quelli del Sud. Ne è venuta fuori una mezza guerra con Garrone e la casa di produzione Fandango. Nella conferenza stampa a Cannes gli ospiti napoletani avevano il loro bel cartellino con nome e cognome, io niente. E alla première non c’erano i biglietti per mia moglie e le mie due figlie. Per i sudisti, invece, posti prenotati fino alla terza generazione. Alla fine ho detto a Garrone: dimentica il numero del mio telefonino».
La Procura di Padova la accusa d’aver bidonato un sacco di gente col progetto del film Camorra Live Show, che non ha mai visto la luce.
«Confido nell’archiviazione. Io sono un artista, non mi occupo di contabilità. Sono stato diffamato con false prove da persone che vogliono sputtanarmi. Ne ho denunciate 14 per calunnia, chiedendo 4 milioni di risarcimento. Uno pseudosceneggiatore ha depositato alla Siae il titolo del film che avevo ideato io e pretendeva 50.000 euro per cedermi i diritti, per cui sono stato costretto a cambiare in corsa il titolo in Kamorrah days. Due ragazze mi hanno confessato piangendo d’essersi prestate per soldi ad accusarmi. Ho portato la loro dichiarazione giurata al Pm. I giornali locali hanno scritto che avrei millantato la partecipazione di Noemi Letizia. Si dà il caso che io sia amico dei genitori della diciottenne di Portici e che l’abbia fatta sfilare al Lido in occasione della Mostra del cinema».
Ha abbindolato anche il sindaco di Montegrotto Terme, Luca Claudio.
«È un politico che militava in Alleanza nazionale. Vuol darsi al cinema. L’ho fatto recitare in una particina. Il Comune mi ha solo messo a disposizione una piazza per le riprese. Contributi zero. In compenso Montegrotto ha avuto una notorietà che se la sognava».
Ha ingaggiato Franklin Santana, conosciuto per il reality tv La talpa.
«S’è montato anche lui la testa. Non sa che di montato ne basta uno: io».
E ora il divorzio da Fabrizio Corona, cacciato dal set di Scarface.
«Dopo le prime scene in spiaggia a Chioggia, ho cercato di accontentarlo in tutto, girando all’hotel Visconti Palace di Milano per non farlo muovere dalla sua città. Alla fine ho detto al produttore: o me o lui. Corona non s’è nemmeno reso conto d’aver ceduto alla Visconti association i diritti cinematografici per lo sfruttamento a vita della sua immagine. Dovrebbe andare a rileggersi il contratto che ha firmato alla presenza dell’avvocato Serena Pomaro».
Intanto lei si consola con Brigitta Bulgari.
«Non è detto che sarà lei la protagonista di Scarface. Non ha preso un solo euro. Io le offro un passaggio verso la celebrità. Ha recitato un po’ di scene in due alberghi di Venezia, il Bauer e il Molino Stucky. Sa, ho imparato dal mio collega Abel Ferrara: giri 100 ore e alla fine ti resta sempre qualche inquadratura da tirar fuori».
Ma sarà un film porno?
«No, niente sesso. L’ho provinata solo perché me l’ha segnalata Dario Sepe, che è stato per 22 anni vicino a Lele Mora e ora ne ha preso il posto: è lui il nuovo numero 1 degli agenti dei divi».
Due milioni di budget, ho letto.
«Il primo step. Ma con 2 milioni non vai da nessuna parte. Ce ne vogliono dagli 8 ai 12. Farò un road show negli Usa, come quando lavoravo per le banche. Questa è un’idea che sul mercato cinematografico vale almeno 70 milioni di euro. Non ho fretta. Francis Ford Coppola ci mise tre anni a girare Apocalypse now. Doveva essere un fallimento e invece ancora siamo qui a parlarne. Se non ho un budget come dico io, rinuncio al film».
Ha speso persino il nome di Paris Hilton, annunciando che potrebbe vestire gli abiti indossati 27 anni fa da una giovanissima Michelle Pfeiffer nel ruolo di Elvira Hancock.
«Abbiamo avuto un contatto l’estate scorsa sull’isola di Cavallo. Le dice niente la coincidenza che il Molino Stucky sia di proprietà della catena alberghiera Hilton? Ma sono io che deve decidere, non lei».
Com’è che le viene naturale spararle così grosse? Azzardo tre ipotesi: a) perché tanto tutti abboccano, i giornalisti per primi; b) perché è un mitomane; c) perché è il suo metodo per tirar su soldi.
«Sono quelli di Striscia la notizia che hanno cercato di farmi passare per mitomane e truffatore. Quando poi Kamorrah days è uscito e li ho invitati alla prima, si sono ben guardati dal presentarsi, a cominciare da Moreno Morello, il fustigatore vestito di bianco. Ho denunciato anche lui. Il Dvd del “film fantasma”, così lo chiamava Striscia, è stato venduto in edicola dall’editore Gavel di Piacenza a 9,90 euro. Ma io non mi faccio mettere sotto da quattro invertebrati. George Soros mi ha impartito una lezione fondamentale: le cose o le fai bene o non devi farle. Ho chiamato un mio amico avvocato di New York, che ha parlato con un collega di San Francisco, e tutti i servizi diffamatori di Striscia la notizia sono stati rimossi da Youtube, con tanto di scuse».
Ok, non le spara grosse.
«Se adesso le dicessi che io, un ebreo, presentavo l’arte su Al Jazeera e che ho regalato un dipinto a Osama Bin Laden, lei mi crederebbe? Poco, glielo leggo nello sguardo. E invece ecco qua la foto del sottoscritto sugli schermi della Tv del Qatar, mentre presenta il ritratto del capo di Al Qaeda eseguito da Ludovico De Luigi, vedutista veneziano. La notizia è apparsa sul New York Times».
E come hanno fatto a recapitare il ritratto al terrorista?
«Ah, quello deve chiederlo ad Al Jazeera. Mi so solo che dala television el quadro no’ xe mai tornà indrìo».
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stefano.lorenzetto@ilgiornale.it