E l’edicola ridà vita alla via della morte

nostro inviato all’Aquila

Per una nazione che varie volte ha eletto i Fabrizi Corona a suoi uomini simbolo, è consolante scoprirne uno un po' diverso in mezzo alle macerie. Lo offro alla pubblica ammirazione con scelta arbitraria e unilaterale, certo però che meriti pienamente la nomination: nello sfacelo di questa Italia terremotata e derelitta, è l'italiano che tutti quanti vorremmo conoscere. Che tutti quanti vorremmo essere. Al suo attivo, nessuna impresa memorabile. Nessun gesto eroico. Semplicemente, un gesto.
A tre giorni dall'apocalisse, indomito e imperturbabile, Maurizio Filippi si ripresenta in città e riapre la sua edicola. Poco oltre, verso la periferia, altri esercizi timidamente ci provano: il fornaio, la ferramenta, il bar dell'angolo. Ma stanno in zone meno sinistrate, di grande passaggio. E soprattutto vendono merci di largo consumo. L'edicolante Maurizio è a suo modo un temerario e un idealista: offre giornali, che già sono molto faticosi in tempi e in luoghi normali, in tempi e in luoghi dove non c'è nessuno. Il suo chiosco, telaio in alluminio e vetrate doppie, praticamente intatto, sta in via XX Settembre, quella via XX Settembre che tutti hanno imparato a conoscere come epicentro sanguinoso del disastro. Cento metri sopra, la famigerata Casa dello studente, ormai rinominata Mattatoio degli studenti. Appena sotto, la palazzina dove l'altra sera hanno estratto la sepolta viva, Eleonora, 23 anni, non udente, sopravvissuta chissà come allo scempio che ha stritolato i suoi nonni e la sua amica Enza.
Topograficamente, ma anche idealmente, l'edicola del signor Maurizio è di fatto l'ultimo avamposto prima del centro storico, cioè della città morta. Per chi abbia letto «Il deserto dei tartari», una specie di Fortezza Bastiani. Un luogo dove scrutare l'orizzonte, sperando che nell'immobilità assoluta, prima o poi, qualcosa si muova. L'importante è esserci, l'importante è tenere la posizione.
Con questo lucido imperativo, al terzo giorno di macerazioni Maurizio ha deciso di restituire un po' di vita alla strada della morte. Su la saracinesca, L'Aquila deve ricominciare da qui. Proprio da qui. Fuori le locandine, fuori i pacchi dei giornali. E pazienza se la riapertura sarà per lungo tempo un pessimo affare: qui la circolazione è vietata, passano solo ambulanze, vigili del fuoco e troupe televisive (copie vendute al termine della prima giornata: una dozzina). Ma adesso non è certo il fatturato a segnare le scelte dell'edicolante temerario. C'è dell'altro. A beneficio di chi voglia riprendersi una boccata d'ossigeno in mezzo a tanta angoscia, riporto fedelmente le cose che mi dice. Garantendo sulla parola che sono tutte spontanee.
«Lo vede quel palazzo lì avanti? Ecco, è casa mia. Inagibile. Come tutti gli aquilani, sono senzatetto. A 52 anni. Io e mia moglie, con la figlia piccola di 13 anni, ci siamo trasferiti dai suoceri, a Poggio Umbricchio, presso Teramo. Per fortuna, i due figli più grandi stavano fuori: uno, bancario, era a Milano, il secondo, ancora studente, dormiva a casa di amici e quella notte mi si è ripresentato davanti in mutande. Quanto a noi, dopo la scossa dell'una avremmo dovuto uscire. Io l'ho detto a mia moglie, ma lei e la bambina non hanno voluto. Così, siamo rimasti a letto. Alle tre e mezza, ci siamo sorbiti l'inferno. Però non mi lamento: siamo qui, tutti sani e salvi, e questa è l'unica cosa importante. Se penso a quelli che stanno piangendo i morti, mi fa vergogna lamentarmi. Ed è per questo, in fondo, che adesso sono tornato. L'ho sentito come un dovere civico».
Senza essere un senatore, o un padre della patria, o un docente di diritto costituzionale, l'edicolante Maurizio usa proprio queste due parole: dovere civico. Le usa nel suo modo semplice, in italiano un po' ruvido e biascicato, ascendente orso marsicano. Ma le usa con nobilissima dimestichezza, senza minimamente preoccuparsi di uscirne un poco démodé, in questa lunga stagione di neologismi televisivi molto wow, del tipo tronista, nominato, confessionale...
Lo riporto subito con i piedi per terra: scusi Maurizio, ma lei si mette a vendere giornali dove non esiste più un mercato. Vendesse aranciate e pop-corn, al limite... Ma giornali e riviste nella città morta...
Mi guarda con un sorriso molto tranquillo. «Checcentra. Siamo al terzo giorno, non potevo stare a Poggio Umbricchio, dai suoceri, girandomi i pollici. Se stiamo sempre chiusi, si va a catafascio. No, il mio posto è qui. Stamattina presto, con mia moglie, abbiamo deciso di tornare. E faremo la spola sempre, da qui in avanti, tutti i giorni: vendessimo una sola copia al giorno. Bisogna pur ricominciare, santo Dio. La vita continua. Visto che io ho avuto la grazia di salvarmi, non posso tirarmi indietro. L'Aquila deve ripartire, voglio dare un mio piccolo segnale».
Col passare delle ore, Maurizio e signora si vedono costretti a modificare sensibilmente la ragione sociale dell'attività: da venditori di informazione a ufficio informazioni. Arrivano concittadini, conoscenti e amici. «Oilà Maurizio, allora ci sei. Che, hai riaperto? Mannaggia, saperlo prima: ho già preso i giornali in autogrill, non credevo fossi qui. Ma dimmimpò: la situazione?». Lui, pazientemente, racconta quello che sa, quello che gli hanno detto passando su e giù gli uomini della Protezione civile. «Non so altro. Che ti debbo dì: dobbiamo tenere duro. Poi ci faranno sapere...».
L'edicola diventa un centro di ricostruzione sociale. È un terminal per i profughi di ritorno, che qui ricominciano a confluire dai campi di raccolta, al solo scopo di sapere qualcosa. Maurizio è a suo modo contento, di una contentezza serena: «È bello rivedersi e salutarsi. Lo vede? Ho fatto bene a riaprire. L'incasso fa ridere, ma offro un servizio alla mia città. Certo, dovrò inventarmi qualcosa, perché questa edicola l'ho presa nel 2001 e finirò di pagarla nel 2013. Però non è questo il momento di pensarci. Adesso bisogna solo ripartire. Se ci danno una mano, L'Aquila ripartirà».
Non c'è dubbio. Se l'Italia fosse popolata solo dai fabrizicorona, i dubbi sarebbero legittimi. Ma in giro per l'Italia, nei luoghi più impensati, ci sono ancora tanti italiani come Maurizio, l'edicolante temerario. Cascasse il mondo, com'è cascato, loro si fanno trovare al proprio posto. E questo è tutto. Altro non serve.