E l’Europa scrive undici «regole» per i fondi sovrani

Barroso prepara un codice di buona condotta volontaria

da Milano

Al momento non c’è l’idea di fare ricorso ai codici della legge, ma l’Unione europea vorrebbe che i fondi sovrani arabi e asiatici accettassero precisi argini alla propria condotta in cambio del lasciapassare con cui investitori controllati dalla mano pubblica come Temasek, China Investment o le scatole finanziarie di Abu Dhabi e del Qatar stanno penetrando il sistema bancario occidentale piagato dai subprime. Diventando grandi soci sia delle principali istituzioni di Manhattan come Merrill Lynch e Citigroup sia dei colossi europei Barclays, Ubs e Credit Suisse; cui potrebbe aggiungersi Royal Bank of Scotland che è ieri è scattata alla Borsa Londinese spinta dalle voci di un possibile interesse da parte del fondo sovrano del Qatar.
Quello a cui pensa la Ue è una sorta di breviario «morale» in 11 punti che la Commissione dovrebbe varare domani nell’ambito del lavoro avviato dal Fondo monetario internazionale. L’obiettivo è arrivare a una soluzione «entro la fine dell’anno» e il modello di riferimento sono le regole interne al fondo sovrano della Norvegia, ha detto ieri a Oslo il presidente José Barroso. Laddove non fosse possibile ottenere le necessarie garanzie di «trasparenza» su base volontaria, Bruxelles «si riserva» in ogni caso di agire con una legge ad hoc.
La Ue, malgrado resti convinta che i fondi sovrani rappresentino una opportunità, è infatti «realmente» preoccupata per il modo di operare di molti di questi, sovente accusati di muoversi su logiche più geo-politiche che di profitto. «I fondi di investimento europei pubblici e privati sono sottoposti a strette regole di governance e informazione, non possiamo permettere che i fondi non europei siano gestiti in modo opaco», ha attaccato Barroso. Da qui gli 11 punti di buona condotta confezionati dalla Commissione europea che, secondo quanto ha ricostruito l’agenzia Radiocor, chiede innanzitutto la netta separazione delle responsabilità nella gestione dei fondi.
A cui si aggiunge l’obbligo di rendere pubblici gli obiettivi strategici e gli investimenti effettuati, specie per quanto riguarda le quote di maggioranza, e chiarezza sui rapporti con l’azionista pubblico. Secondo l’Europa, la chiarezza sulla struttura interna e la trasparenza sulla gestione degli asset sono infatti due pre-condizioni per una «buona governance». Obiettivo è evitare sia interferenze politiche da parte degli Stati proprietari dei fondi sia chiusure neoprotezioniste nei Paesi europei, dando certezza agli stessi fondi sulle regole da rispettare. L’idea è utilizzare i principi definiti per la gestione delle riserve valutarie del Fmi e quelli per la corporate governance delle società pubbliche (Ocse). In sintesi, oltre alla netta divisione della responsabilità nella gestione dei fondi, si vuole chiarezza sulla politica di gestione del rischio, sulla leva finanziaria cui fa ricorso il fondo, sulla composizione delle valute e sulle mosse degli Stati proprietari.