E l’Ikea cancella la famiglia normale

Belli quei cataloghi illustrati e popolati da single, gay,
amanti etc. Ma mamma,papà e due figli dove sono finiti? "Ci vendono
il modello
di una società
completa, in tutte
le possibili
versioni". "È un mondo
che non esiste.
Mapuò esistere
da un momento
all’altro perché
costa poco&quot;<br />

Alla bella stagione non bastano più la rondine sotto il tetto o le gèmmule d’oro sul fico e sul moro. Il suo arrivo ufficiale ha un nuovo araldo: il piccolo catalogo Ikea, quello con la collezione primavera-estate. È il catalogo delle promesse, una prima sbirciatina molto primaverile sul mondo che solo il nuovo, grande catalogo ci spalancherà, a tempo debito.
Io amo i cataloghi Ikea. Li sfoglio mentre bevo il primo caffè, oppure in bagno, e perfino nelle notti insonni mi tengono compagnia. Perché i cataloghi Ikea sono pieni di comunicazioni che non si riducono alle immagini dei vari mobili, ai prezzi e alle diverse combinazioni possibili. C’è qualcosa di più.
Negli anni Ottanta si diceva che non basta vendere un prodotto: col prodotto bisogna vendere anche un’idea, un sogno, un desiderio, insomma: un’immagine. Se vendi l’immagine, il prodotto si moltiplica. Se vendi una scatola di biscotti è un conto, se vendi un mulino bianco è un altro paio di maniche.
Ma l’Ikea va oltre, perché l’Ikea ci vende il modello di una società completa, in tutte le sue possibili versioni. Non è la società vera, più rugosa e contraddittoria: non lo è da noi e credo non lo sia nemmeno in Svezia. Ma è stata immaginata così tanto da diventare più vera del vero. Iperreale. È una società pensata da scrittori, poeti, rockstar, cineasti, artisti visivi, politici, sognatori, ideologi, architetti, e piano piano è diventata credenza, libreria, piano cottura, lampada, tavolino, cucchiaio, cornice per le fotografie, pianta grassa, piumone, sedia girevole.
È una società perfetta, ecco perché non esiste. Ma può esistere da un momento all’altro perché costa poco. Una visita all’Ikea comporta un pranzo economico e abbastanza gustoso a base di aringa e salmone e lo spettacolo più imprevedibile, perché lì la società illustrata dal catalogo si materializza in carne e ossa, il modello comincia a realizzarsi. Le diverse tipologie umane presentate con rigore tassonomico nel catalogo (del resto un buon catalogo deve sempre catalogare) acquistano corpo.
Dunque: un viaggio istruttivo.
Ma il viaggio comincia sulle pagine del catalogo. Quello che ho per le mani, ad esempio, si occupa di cucine. In una casa vissuta, la cucina è la stanza più vissuta di tutte: così come, in una casa algida, niente è più algido della cucina.
Ikea sta dalla parte della vita, perciò le sue cucine sono luoghi di vita, di incontri, luoghi dove è bello stare anche senza dover mangiare o bere o cucinare. Ed è così che ci si presentano. Cucina, soprattutto, vuol dire famiglia, ed è a tutti i modelli possibili di famiglia che Ikea offre le proprie cucine.
La prima cucina, alle pagine 8 e 9, ci presenta una famiglia composta da un papà, i suoi due bambini e una donna di diversa origine etnica. I bambini pasticciano qualcosa, sembra, con delle uova. Il papà è di spalle e sta consultando un libro di ricette: segno che sarà lui a cucinare. All’Ikea, sempre all’avanguardia del politically correct, sono più spesso gli uomini alle prese con i fornelli. Quanto alla donna, che non può essere la madre dei ragazzini, se ne sta seduta al tavolo a leggere il giornale: non è, dunque, né una baby-sitter né una colf, bensì - si presume - la seconda moglie dell’uomo.
Proseguendo, dopo aver ammirato una cucina in cui quattro ragazzi compiono azioni diverse (uno sbatte le uova, uno sta al computer, due parlano di cose serie, a significare che in cucina si fa tutto), incontriamo un’altra cucina di dimensioni più ridotte, in cui un gay - la posa è inequivocabile - pranza da solo in piedi, ma è contento, perché qualcuno ha scritto con un gessetto sull’antina una frase carina, con un cuore al posto della firma.
Nella pagina successiva intorno a un piano di lavoro un uomo e una donna conversano. Qui è lei che lavora di più, lui le dà solo una mano. Siamo sicuramente a casa di lei, i due sono single - lei dopo qualche incidente - e questo è un classico incontro al buio. La felicità nasce anche così.
Più oltre, ecco due uomini e due donne indaffarati. Sono molto amici, lo si vede dal fatto che stanno preparando tutti insieme la cena, molto allegramente. Due di loro sono asiatici, due europei: ma l’immagine non ci dice quali siano i legami, del resto è bello non saperli. Sono amici, e tanto basta.
Nella pagina successiva ecco una ragazza molto salutista, forse single. Indossa una gonna leggera e una maglietta senza maniche, ma porta ai piedi scarponi da trekking. Sta sbucciando una mela (verde, è ovvio) mentre altre mele (verdi) stanno sul lavello. Le mele sono l’unica cosa commestibile: per il resto abbiamo una piantina forse di menta e del basilico appeso sopra il lavello.
Abbiamo poi:
- una madre col figlio adolescente, più un gatto che deve essere il capo-famiglia perché è il solo a non cucinare;
- un padre di colore con la figlioletta il cui visino ci racconta di una madre ispanica;
- una bella donna sola che prepara la cena in un’atmosfera calda, con penombra e vaso di fiori (sarà una cenetta a due, di sicuro);
- due giovani donne, che dal modo in cui si guardano tradiscono un legame assai forte: forse una delle due ha appena raccontato all’altra i particolari della scorsa notte, o forse le due sono fidanzate tra loro.
Nell’ultima immagine, in una cucina tutta blu immersa nel crepuscolo un uomo vestito di blu guarda una bella finestra ad arco, chiusa. Non è una tipologia sociale: non è né omo né etero, né altra cosa. È solo un uomo, un individuo, e visto che da quella finestra non si vede niente è probabile che stia - semplicemente - pensando. Pagina 53.
Come dicevo prima, il bello è che, se andate all’Ikea e guardate chi la frequenta, vi accorgerete che questo mondo esiste già: però ci vuole l’Ikea a farlo venire a galla, perché in corso Vittorio Emanuele o in piazza Duomo non ve ne accorgereste mai.
ªDimenticavo. Non so se avete notato che c’è un assente in questa carrellata: la famiglia normale, quella composta da papà, mamma e figli. Quella semplice, popolare. Dove l’hanno messa?
Luca Doninelli