E l’Italia si consola con Romero il bronzo nato in Argentina

nostro inviato a Pechino

Soffia il vento e la vela va. Medaglia oriunda, si chiama Diego e pensi subito: Diego come Maradona? Nemmeno il tempo di dirlo e lui ti dice: «No! Sono vecchio, ho 33 anni, non era possibile». Vabbè, sarà il Diego de noantri. Ora è made in Italy, senza rinnegare il suo made in Cordoba, Argentina, terra di ricordi azzurri del calcio. Ma si parla del 1978. Diego Romero, a cui aggiunge anche il cognome Paschetta, ha restituito il sorriso ad un’Italia con il broncio. Un giorno intero senza medaglie, ieri mattina la vela del suo Laser si è gonfiata felice nelle acque di Qingdao. Ed è stato bronzo nella battaglia per la medal race. Il Laser è un guscetto lungo 4 metri e 23 centimetri. Vien definita barca monotipo, ovvero imbarcazioni tutte uguali, come le tavole a vela.
Diego non è un novello di Olimpiadi. Ne ha già disputate due con l’Argentina. Non esaltanti: 22° a Sidney, 12° ad Atene. Nel 2005 si è classificato 2° al mondiale in Brasile. L’anno dopo ha deciso di cambiar vita. «Ero stanco dei sistemi usati dalla federazione argentina». Fratello d’Italia lo era già. I bisnonni avevano sangue piemontese. Da anni possedeva la cittadinanza italiana. «Ricevevo le schede elettorali. Insomma, non ero come i calciatori che si fanno il passaporto per giocare nelle squadre. Io ero un italiano più vero». Tra italiano vero o «più vero» il passo è breve, soprattutto quando in barca piazzi la bandiera tricolore e lotti per ascoltare Fratelli d’Italia sul podio. Stavolta non gli è riuscito. Ma ha promesso che a Londra, non fallirà. «Ho dimostrato che, a volte, le cose impossibili succedono. Ora il mio pensiero è già rivolto alla corsa per l’oro di Londra».
Sbrigativo e non certo perditempo. Prima della medal race Diego era quinto, a tre punti dal podio. Venerdì aveva perfino rischiato il tracollo. Ieri, sfruttando venti, correnti e la rivalità fra l’inglese Goodison, che poi ha vinto, e lo svedese Myrgreen, ha infilato la prora sulla scia giusta. Si è liberato del portoghese Lima, ha tenuto la posizione dietro lo sloveno Zbogar. Ha vinto la sua scommessa, quella che lo ha fatto fuggire dall’Argentina. Sottolinea che non è stato difficile venire in Italia. «Ho chiesto e mi hanno detto: ti prendiamo. L’Italia mi è sempre piaciuta. L’ho nel sangue. Piuttosto è stato duro decidere di lasciare l’Argentina». Come nazione per cui gareggiare, non come Paese. Anche quest’anno Romero si è allenato lungo tempo a casa sua. È un tipo solitario, che ama anche bicicletta e parapendio. Cominciò con la vela a 14 anni. Argentino tipico nei lineamenti. Non è sposato. Tifa per Roger Federer, ammirava Lance Armstrong, oggi fa il velista a tempo pieno. Gareggia per il circolo nautico Sturla, a Genova, naturale terra di approdo degli argentini del mare.
Ha vissuto momenti difficili anche in Italia. I risultati non arrivavano. Gli era stata promessa una qualificazione sicura alle Olimpiadi. Ma poi ha scoperto il bluff e se l’è dovuta sudare giocandosela in gara secca ai campionati nazionali. Racconta che la sua forza sta nel lavoro, le qualità sono quelle di un atleta: «Tecnica, buon fisico, forte tenuta mentale». Parla in quel modo strascicato che hanno tutti gli argentini d’Italia. Piatti preferiti: pasta e asado. Più mezzo sangue di così...