E l’«Osservatore» attacca la legge sull’aborto

Critiche al consenso informato sulla sospensione delle cure ai feti sopravvissuti: "Legittima delitti"

Milano - Mentre a piazza Farnese sfilano gli sberleffi contro il «Pastore tedesco», dal Vaticano parte l’ennesima denuncia contro la legge 194, da 30 anni spina nel fianco dell’emisfero cattolico. L’occasione viene offerta da due casi di cronaca dei giorni scorsi, quello del feto nato vivo a Firenze e poi deceduto dopo un aborto alla ventiduesima settimana; e quello del controverso protocollo dell’ospedale San Camillo di Roma, che prevede la richiesta del consenso dei genitori a sospendere la rianimazione in caso di sopravvivenza del feto dopo l'aborto. L’Osservatore romano tuona: «È un'ulteriore conferma di come la legge 194 crei dei passaggi percorribili per fare della normativa non uno strumento per evitare il ricorso all'aborto ma la copertura legale della soppressione della vita». Sotto accusa è lo stesso principio di aborto terapeutico che in realtà nasconderebbe una categoria ampiamente discrezionale ed elastica, capace cioè di assorbire qualsiasi mutazione del costume e dell'etica. Ciò avviene - dice l’Osservatore - in particolare nella parte nella quale si concede il cosiddetto aborto terapeutico tardivo, oltre che in presenza di gravi rischi per la salute fisica della donna, anche in presenza di rischi per la sua salute psichica. «Come dire che la donna ha l'ultima parola, decisiva, discrezionale, soggettiva e soprattutto definitiva, sulla morte o sulla vita del piccolo che porta in grembo».
Ancora una volta, dunque, per il Vaticano la 194 si dimostra una legge contraria ai principi dell’etica ma soprattutto suscettibile di pericolose interpretazioni. Una normativa, attacca l’Osservatore, che nasconde vuoti e incongruenze, come dimostrerebbe il caso del San Camillo, dove «ai genitori che scelgono l'aborto terapeutico, si richiede una firma per dire no a terapie intensive, macchinari e tubi nel caso in cui l'intervento abortivo si concluda con la sopravvivenza del feto. Un consenso informato, insomma, con cui la donna decide per la non-rianimazione del piccolo».
Non ci sta a sedere sul banco degli imputati la responsabile del centro per le interruzioni volontarie di gravidanza dell’ospedale romano. Nonostante la direzione sanitaria abbia preso le distanze dal suo protocollo, la dottoressa Giovanna Scassellati si difende: «Il consenso informato e il modulo per la rinuncia alle cure intensive nel caso il feto sopravviva all'aborto praticato tardivamente - dice - viene applicato soltanto nel caso di gravi malformazioni del bambino. Se si tratta di un problema psichico della donna, che si accorge magari di essere incinta al quinto mese, cerchiamo di non praticare l'aborto».