E l’Ulivo processa gli "eretici" Bordon e Manzione

I vertici minacciano di espellere i parlamentari che hanno votato contro la maggioranza sulla giustizia

Roma - Ulivo in guerra contro Roberto Manzione e Willer Bordon, vogliono processare i due «eretici», esigono che si pentano e vestan di sacco, minacciano di espellerli. In verità è una caccia scatenata dal vertice del gruppo senatoriale, le note di minaccia son firmate da Anna Finocchiaro, Nicola Latorre e Luigi Zanda; anzi, sembra una guerra personale di quest’ultimo. Tant’è che nel gruppo ulivista si leva già qualche voce in difesa dei due e contro i piccoli Vishinskij.

E il senatore Natale D’Amico lancia un sospetto pesante come una montagna: che l’ufficio di presidenza del gruppo stia lavorando per far saltare Romano Prodi e spianare la strada a Walter Veltroni?
D’Amico difende «la piena legittimità» delle scelte fatte da Bordon e Manzione nel voto sulla riforma giudiziaria, scorge riflessi di «antichi atteggiamenti stalinisti», e conclude: «La irragionevolezza della posizione del vertice del gruppo è tanto evidente da far sorgere il dubbio che in realtà si voglia, attraverso l’attacco a due colleghi il cui sostegno è essenziale alla maggioranza parlamentare, minare alla radice l’esistenza stessa del governo Prodi». Già, la maggioranza è talmente risicata a Palazzo Madama, son sempre a pietire il soccorso dei senatori a vita, e questi vogliono mandarne in Siberia due dei loro per «lesa disciplina»? Manzione rimarca «l’ignobile comportamento», Bordon denuncia «la sharia» scatenata contro di loro e dice che gli sembra «una tale scivolata che denuncia un dilettantismo esasperato o un obiettivo, forse proprio quello indicato da D’Amico». È in arrivo il Dpef, ricorda Bordon: che vogliano mettere in difficoltà il governo al Senato, prima delle ferie?

Comunque, Bordon e Manzione a Canossa non ci vanno. Anzi, poiché è la Costituzione a stabilire che «il parlamentare non ha vincoli di mandato» né tanto meno di obbedienza ai vertici di partito, Bordon rilancia: «Lo dico con chiarezza: vogliamo affrontare questo problema ponendolo al presidente Marini. Se ne deve discutere in una apposita seduta parlamentare». La conclusione è una sola: «Stanno facendo un partito che tutto è, ma non democratico».

Pare, dicevamo, che chi soffia sul fuoco per regolare i conti con Bordon e Manzione, costi quel che costi, sia proprio il rutelliano Zanda. La revisione dei conteggi che Manzione sta operando nella Giunta per le elezioni infatti, porterebbe alla perdita del seggio di Zanda a favore della Rosa nel Pugno. La guerra è guerra, del resto. Sono state recentemente accolte le dimissioni dal Senato del sottosegretario Gianni Vernetti. Gli accordi prevedevano che subentrasse un altro piemontese. E invece, come è finita? Che è diventato senatore un mariniano di ferro.