E l’Unione finisce in alto mare

da Roma

Incentivi, disincentivi, innalzamento graduale del minimo d’età, esenzione per i lavori usuranti e/o per i lavoratori precoci. Sulla riforma delle pensioni del centrosinistra le ipotesi in campo sono molte, ma nessuna di esse raggiunge un consenso sufficiente fra i partiti di maggioranza e i sindacati. Paradossalmente, ma non tanto, alla fine sarebbe più facile per tutti lasciare intatta la riforma del 2004, il cosiddetto «scalone Maroni». Ma l’ultrasinistra non l’accetta, complicando non poco la vita a Prodi e ai suoi ministri Padoa-Schioppa e Damiano. Vediamo, dunque, la situazione.
Scalone, risparmi fino al 2040. La normativa attuale sullo scalone, prevedendo il passaggio da 57 a 60 anni dal 2008 del minimo di età per il pensionamento d’anzianità (che sale a 61 anni nel 2010 e a 62 anni nel 2014), comporta risparmi notevoli per i prossimi trent’anni. Nel 2008 si spenderebbero 596 milioni in meno, che salgono a 3 miliardi e 567 milioni nel 2009, 6 miliardi e 273 milioni nel 2010, fino agli oltre 9 miliardi di risparmi a regime, cioè a partire dal 2012. Il confronto fra la spesa previdenziale «pre riforma 2004» e «post riforma», ci dice che lo scalone fa diminuire la spesa previdenziale (percentuale in rapporto al prodotto interno lordo) dal 2010 fino al 2040 fino a un massimo dello 0,6% del Pil. Si ritorna in pari intorno al 2040, a causa della nota «gobba» previdenziale insita nella riforma Dini. Lo «scalone», tuttavia, ci offre trant’anni di relativa tranquillità per ipotizzare altri interventi.
La «ricetta Prodi». Il presidente del Consiglio ha ipotizzato un sistema di incentivi e disincentivi per superare lo «scalone», che l’ultrasinistra (e parte della Cgil) ritiene troppo duro. Chi resta al lavoro avrebbe un bonus compreso fra l’1,5 e il 3% a partire dai sessant’anni. Anche sui disincentivi la confusione è massima: si parla di un taglio pensionistico del 3,5% (ma è solo una ipotesi tecnica) per ogni anno sotto i 60. L’unica cosa certa è il «no» nettissimo dei sindacati a ogni forma di penalizzazione. Del resto un disincentivo del 10,5% per un pensionamento a 57 anni è, oggettivamente, impraticabile.
L’«ipotesi TPS». L’Inps ha preparato diverse simulazioni sugli effetti di diversi interventi sull’età pensionabile. Una di queste simulazioni - che prevede l’innalzamento graduale, in ragione di un anno ogni due, del requisito minimo di età per il pensionamento d’anzianità - appare «vicina» alle idee del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Il pregio è che comporta risparmi di spesa praticamente analoghi allo «scalone»; il difetto è che dal 1° gennaio 2008 l’età viene portata da 57 a 59 anni, una misura assai vicina a quella fissata da Maroni. Niet sicuro dei sindacati e dell’ultrasinistra di lotta e di governo.
L’«ipotesi Bertinotti». «Non toccate le pensioni degli operai», ha chiesto il presidente della Camera nei giorni scorsi. L’ipotesi viene analizzata dall’Inps, con il seguente risultato: l’ipotesi Bertinotti (mantenimento a 57 anni dell’età pensionabile per operai e precoci) costa, rispetto allo «scalone», oltre 2 miliardi nel 2010, 3,3 miliardi nel 2011 e ancora di più fino al 2015 (massimo di 4 miliardi nel 2012). Soltanto nel 2030 la spesa ritornerà a posto. Troppo tardi.