E l’Unione traballa già al Senato

Con soli due seggi in più, il centrosinistra è destinato a dimezzare subito il suo vantaggio numerico con la nomina del presidente, che non vota. In corsa Marini e Mastella

Fabrizio De Feo

da Roma

«Al Senato si ballerà sulla mattonella, le senatrici sono avvisate, tacchi a spillo e minigonna. Anche i giornalisti si devono attrezzare e spostarsi dal transatlantico di Montecitorio allo yacht di Palazzo Madama». Roberto Formigoni illustra con una immagine efficace quello che già si annuncia come il gran ballo senatoriale, consumato su pavimenti simili a quelli dei «liners» di collegamento tra l’Europa e le Americhe del secolo scorso, eleganti ma instabili e in balia delle correnti e delle tempeste oceaniche. Uno scenario che regala alla Camera Alta italiana, alla luce dei due soli senatori di vantaggio di cui l’Unione può godere (158 a 156), un ruolo decisivo per le sorti della legislatura e del futuro governo Prodi.
I riflettori dell’attenzione politica, insomma, fin dal giorno della convocazione delle nuove Camere saranno puntati su Palazzo Madama. E subito inizierà una corsa a ostacoli, un braccio di ferro permanente ed effettivo, contrappuntato da votazioni thriller che andranno in scena a scadenza quotidiana, come un grande spettacolo dall’esito mai scontato. Un margine di due voti è, infatti, un diaframma fragilissimo tra CdL e Unione, una barriera che può cadere in ogni momento, a causa di una influenza, un dissenso politico solitario, una missione all’estero, uno sciopero dei treni, una sosta troppo lunga al bar o un impegno personale o familiare. L’Unione, insomma, dovrà imporre la massima disciplina alle sue truppe. E dovrà opporre alcuni «niet» importanti alle aspirazioni di quei senatori desiderosi di approdare al governo con un ruolo da ministro o sottosegretario. Sguarnire le file diventerebbe, infatti, un rischio troppo alto da correre. Senza dimenticare che la stessa nomina del presidente del Senato rischia inevitabilmente di trasformarsi in un azzardo per l’Unione, visto che il numero uno di Palazzo Madama per prassi non partecipa alle votazioni. In soldoni scegliere il successore di Marcello Pera tra i propri senatori equivarrebbe a un autogol per il centrosinistra e a un «dimezzamento» della propria maggioranza. Una circostanza che, per il momento, non scoraggia le rivendicazioni per lo scranno più alto di Palazzo Madama, visto che già circola con forza il nome di Franco Marini. Ma Clemente Mastella, che pure appare deciso a far valere le proprie ragioni («Senza di noi la maggioranza non sarebbe la stessa» tuona il leader dell’Udeur, che sembra chiedere agli alleati un consistente risarcimento governativo per il Campanile: magari il Viminale o la Difesa) lancia l’ipotesi di assegnare la presidenza a un senatore a vita.
C’è un altro elemento che finora è stato poco considerato. L’Unione al Senato non potrà godere della maggioranza in tutte le commissioni (per farlo avrebbe bisogno di uno scarto di 13 senatori). Pertanto dovrà cedere alcune presidenze alla Casa delle Libertà rimettendo in circolo un po’ del proprio potere. Naturalmente nel centrosinistra esiste anche la tentazione di raschiare il fondo del barile, muovendosi ai confini della correttezza istituzionale, tentando di arruolare i sette senatori a vita. Francesco Cossiga, nei giorni scorsi, con una lettera ha invitato tanto i senatori di diritto quanto quelli a vita a impegnarsi a non votare nel caso la loro presenza dovesse diventare determinante. Uno scrupolo istituzionale che non tutti rispetteranno visto che Rita Levi Montalcini ha già annunciato il suo appoggio al governo Prodi e difficilmente Giorgio Napolitano e Oscar Luigi Scalfaro faranno mancare il loro voto, soprattutto se questo dovesse significare la vita o la morte di una legislatura. Il braccio di ferro, insomma, si annuncia appassionante e ricco di variabili. E può essere fotografato con lo slogan con cui Roberto Formigoni spiegò la scelta di candidarsi a Palazzo Madama: «Perché il Senato? Semplice: il Senato è rock, la Camera è lenta».