E al Lingotto vacilla la pax sindacale

nostro inviato a Torino

In casa Fiat la pace sindacale sembra essere giunta al capolinea. Il nuovo contratto dei metalmeccanici è stato mal digerito dal vertice del più importante gruppo industriale italiano, sempre più convinto di avere come controparte, sia a Roma, sia a Torino, figure ancora legate agli schemi di contrattazione che potevano essere applicati negli anni Sessanta. È vero che alla fine l’accordo tra le parti è stato raggiunto, ma per Confindustria e Fiat (alla presidenza di entrambe c’è la stessa persona: Luca di Montezemolo) non sono stati fatti passi avanti.
Gli obiettivi che le parti si prefiggevano erano distanti: assicurare il recupero del potere di acquisto (sindacati); collegare il salario alla maggiore produttività (Confindustria). Alla fine il compromesso c’è stato, ma ha dimostrato la sua debolezza nel metodo. Ecco, allora, che da Torino partono segnali forti sull’esigenza di una maggiore flessibilità (pena il dirottamento di investimenti in altre parti del mondo), con la convinzione che debba essere la stessa azienda a occuparsi direttamente della salvaguardia dei propri dipendenti.
«Si fanno gli stessi discorsi di 40 anni fa. Nel 2008 bisogna essere più aperti e accettare i cambiamenti. In Italia non si tiene conto di quanto avviene nel mondo. E a Roma c’è ancora chi giudica cose diverse salario e produttività», l’amaro sfogo a cui si sarebbe lasciato andare l’amministratore delegato Sergio Marchionne nei corridoi del Lingotto. E Montezemolo, in più occasioni, ha ribadito l’importanza di portare la contrattazione all’interno delle fabbriche, visto che «l’Italia è il Paese fanalino di coda nel coinvolgimento delle persone nei risultati aziendali».
In proposito, il presidente di Fiat e Confindustria non ha mai mancato di ricordare come «tutte le società in cui l’imprenditore coinvolge i suoi dipendenti ottengano un miglioramento dei risultati, una maggiore motivazione in base al concetto “pagare di più chi lavora di più”, con il conseguente effetto traino sugli assenteisti». Insomma l’impressione, dalle parti del Lingotto, è che sul contratto metalmeccanico (alla Fiat costerà 200 milioni) gli industriali abbiano fatto consapevolmente harahiri.