E da Londra l’imam annunciò: «Colpiremo Roma»

Un filo rosso lega gli estremisti islamici che operano in Gran Bretagna e nel nostro Paese

Claudia Passa

da Roma

Madrid, Londra. E poi? Si allarga sotto traccia, nel Vecchio Continente, la metastasi del terrore. E proprio al nostro Paese le più recenti analisi d’intelligence attribuiscono un ruolo importante come area di transito e di raccordo delle cellule dormienti pronte a risvegliarsi. È sui flussi dell’Islam radicale che si vanno concentrando in queste ore gli sforzi dei nostri 007, allertati da nomi e circostanze che proprio l’attacco alla capitale britannica finisce col riportare in primo piano quando tirando le fila delle cellule «in sonno» in Inghilterra collegate alla strage di Atocha si finisce in Italia, in una rete di insospettabili impegnati nel reclutamento e nella logistica.
Viaggiando sulla rotta Milano-Londra si incrocia il gruppo combattente tunisino costituito a Londra da Seifallah Ben Hassine e Tarek Maraaufi (arrestato in Spagna ma ricercato anche dalla Digos di Genova), attivo sul fronte del reclutamento di combattenti per la Jihad e collegato alla cellula milanese, sospettata di fornire supporto logistico per lo «smistamento» dei terroristi in Europa e nel Maghreb nonché di garantire agli aspiranti martiri alloggio e documenti falsi.
Il fulcro della Jihad made in Italy ruota attorno ai salafiti, cui si rifanno i gruppi combattenti della Tunisia e del Marocco. Ai salafiti si riconducono le cellule monitorate da Sismi e Sisde in Lombardia (Milano, Cremona e Parma), in Emilia (Reggio), in Toscana e in Campania. In collegamento con la Gran Bretagna troviamo invece le cellule di Udine, Torino, Venezia, Vicenza, Vercelli e Desio. Tutte affiliate al movimento Takfir Wal Hijra («Anatema ed esilio»), che tra i suoi adepti vantava anche Mohammed Atta, il capo-commando dell’11 settembre. Tutte in contatto con Abu Qatada al Falastini, imam londinese di origini giordane, collegato ad Al Zarkawi, finito in manette lanciando la seguente fatwa: «Roma è la croce, l’Occidente è la croce e i romani sono i padroni della croce. L’obiettivo dei musulmani è l’Occidente. Noi apriremo Roma». Il messaggio di Qatada, considerato il leader europeo di Al Qaida, fu trovato la prima volta nella moschea di Cremona, in possesso di quel Mohamed Trabelsi che al Belpaese aveva mandato a dire: «Vogliamo colpire l’Italia perché quel cane di Berlusconi appoggia quel cane di Bush».
Dopo l’arresto di Qatada, a prenderne le veci quale trait d’union fra le cellule italiane, inglesi e spagnole sarebbe una triade di insospettabili, estranei alla famigerata moschea di Finsbury Park, nella periferia Nord di Londra, dove prima di Qatada aveva lanciato i suoi proclami quell’Abu Hamza (al secolo Mustapha Kamel Mustapha, 47 anni, egiziano, passaporto inglese, arrestato nel 2004 su richiesta degli Usa) che in video esortava i mujaheddin a «preparare le spade e distruggere Roma». Gravato da undici capi d’accusa per terrorismo, Abu Hamza è stato segnalato in contatto con la moschea di viale Jenner a Milano e con alcuni appartenenti alle cellule di Roma e di Torino, oltreché con Zacharias Moussaoui. Ovvero col ventesimo uomo dell’11 settembre 2001.