E Londra ringrazia il caldo: affari col vino

«In vino veritas». A Copenaghen sono pronti a scommetterci. Soprattutto se gli chiedi di Nicolas Sarkozy e di tutto quel suo impegno per tener in piedi un vertice scalcagnato e inconcludente. Eh sì, il segreto magari è tutto lì, nascosto in una flûte o tra le bollicine d’un «perlage» che il malvagio effetto serra rischia di cancellare come neve d’aprile. O, peggio ancora, di regalarlo alle uve della perfida Albione, a quei vigneti che da cinque anni invadono le campagne del Sussex, del Kent, del Dorset e del Gloucestershire, allargandosi tra coltivazioni di mele e vecchi mulini.
Eh sì, non tutti i mali vengono per nuocere e i vinificatori inglesi sono i primi a inneggiare all’effetto serra. Grazie a quel tepore senza precedenti, grazie al calduccio d’inverni semi-tropicali le loro vigne crescono rigogliose e regalano vini e spumantini capaci di far concorrenza alle botti di Bordeaux e alle bolle dello Champagne. Non ci credete? Fatevi un giro per le cantine della zona, date un’occhiata ai conti. Quest’anno i silenziosi vinificatori di Sua Maesta han messo in cantina tre milioni di bottiglie, raddoppiando la produzione media degli ultimi cinque anni. «Stiamo beneficiando di un disastro globale, sembrerà orribile inappropriato, ma le cose vanno così», ammette tra l’allegro e l’imbarazzato Christopher Foss, responsabile degli studi sul vino al College di Plumpton nel Sussex. E il peggio per i francesi, giura, deve ancora venire. «Tra meno di 10 anni da queste parti ci godremo un clima simile a quello della valle della Loira, tra venti credetemi tra qui e le campagne di Bordeaux non farà più alcuna differenza». Tragedia insomma. Prospettive climatiche da incubo, roba da non far dormire il povero Sarkozy, mettere sull’allarme i vignaioli del Bordeaux e mandare in depressione l’orgogliosa «grandeur» delle bollicine. I primi a fremere sono i signori dello champagne, i proprietari delle cantine che da secoli si contendono l’orgoglio del «perlage». Eh si, perché se il nome champagne non è riproducibile, il prodotto lo è. Eccome. Soprattutto se l’euforia da vino spinge gli scienziati di Cambridge a dar credito all’antica leggenda di due nazioni separate, «solo» 9mila anni fa, da uno striminzito lago, una pozza d’acqua nel mezzo della stessa, immensa Champagne. Certo a Parigi già sbuffano e alzano il nasino sdegnato per quelle fole tutte inglesi, ma negli eleganti e sofisticati wine bar di Chelsea il «fizz» di Sua Maestà, lo spumantino «Made in Uk», incomincia a conquistare i palati e far concorrenza al tanto amato Champagne. E non soltanto per il prezzo ormai assolutamente in linea con quello di un Möet o di un Veuve Clicquot, ma per il bouquet e la fragranza. Grazie alla benedizione di San Effetto Serra i grappoli di «pinot nero», «pinot meunier» e «chardonnay» delle campagne dell’Inghilterra meridionale non sono più sinonimo di bevande insipide tristanzuole, ma incominciano a conquistare premi internazionali.
L’effetto tepore trascina insomma il maledetto «fizz» dai peggiori pub alle vetrine delle migliori enoteche. Il tutto mentre lo stesso caldo fa sudare sette dannate camice ai nobili vignaioli di Bordeaux e dintorni impegnati a tener sotto controllo l’alcol e gli zuccheri che minacciano di trasformare in marsala i loro nobili prodotti. E così per i sommelier britannici inizia la stagione dell’orgoglio. «I vini inglesi sono come le mele inglesi: una siepe di sapori in un pomeriggio autunnale», scrive con tono di rivincita l’esperto d’Oltremanica Tim Atkin. Dimentica solo un particolare. A piantar lì per la prima volta quelle uve e a trasformare il Sud dell’Inghilterra nel vigneto d’Europa furono duemila anni fa i Romani. Quando l’effetto serra e lo champagne non se lo sognavano manco gli ubriachi.