E a Londra si preferisce celebrare Churchill

«Durante la presidenza inglese il nostro premier sarà condannato all’immobilismo»

nostro inviato a Londra
Sarà il destino. Ma certo è paradossale che i tunnell della metro di Londra, anziché mettere in rilievo il fatto che il Regno Unito sia divenuto la guida dell’Europa, siano tappezzati dal faccione di Winston Churchill - in previsione della settimana di festeggiamenti che si aprono lunedì e culmineranno domenica prossima per il 60° della vittoria nella seconda guerra mondiale - che chiede ai passanti: «Avete già detto grazie?». Lo stesso Churchill che disse: «Quando mi chiedono di scegliere tra l’Europa e il mare aperto, replico che non si dovrebbero aver dubbi nel preferire il mare...».
Europafobia? Certo nella city, a differenza che negli States, le french fries non hanno ancora cambiato nome e l’assunzione della guida da parte di Tony Blair se non suscita entusiasmi, non provoca neanche rigetti. Ma è un fatto che nell’isola non sia solo “l’uomo dell’Essex” - il proverbiale sostenitore materialista ed egoista della signora Thatcher che malsopportava l’ideale europeista - a esser refrattario all’idea di unire politicamente il Vecchio continente. Di malpancismo di spessore è ricco il carnet inglese. Ieri e oggi. Proprio la lady di ferro (’84) strillò il famoso «I want my money back!», riuscendo alla fine a ottenere il famoso sconto inglese. Major non fu da meno. Impose l’opt-out (starci o no è scelta dei singoli Paesi) sulle politiche salariali e monetarie varate a Maastricht. Spese il veto britannico sulla mucca pazza. E anche Blair, a parole più europeista dei suoi predecessori, tirò fuori le famose “linee rosse” al di là delle quali non era consentito andare ai padri della costituenda Costituzione europea.
«Gli inglesi? Un impiccio nella nostra marcia» dice freddamente Dany Cohn-Bendit, leader europeo dei verdi. Hanno scelto di salire sul convoglio ma mostrano a tutti la mano che stringe il freno di emergenza. La vittoria laburista aveva fatto sperare che qualcosa cambiasse: Blair puntava sul referendum e guardava con occhio interessato all’euro. Ma molta acqua è passata sotto i ponti. E forse è ancor fresco lo choc del 2004, quando l’United Kingdom Indipendence Party (Ukip) che fino a quel momento aveva vivacchiato assai modestamente, grazie a una piccola virata filo-Ue dei conservatori, ottenne alle Europee ben il 16,1% piazzandosi al terzo posto nelle preferenze isolane (salvo poi rientrare nell’ombra nelle ultime politiche).
Dicono si tratti di razzismo, di xenofobia, di poveri che reagiscono ai rischi della concorrenza. Ma è vero sino a un certo punto. No. È proprio l’Europa che non piace. O, se preferite questa Europa. Dato che al di là della gente comune, persino gli uffici di Gordon Brown son sempre lì a rimasticare pubblicamente come il Regno Unito paghi moltissimo (a metà giugno alla Camera dei Comuni è stato risposto a una interrogazione di una laburista euroscettica affermando che i contributi lordi inglesi nel biennio 2007-2008 passeranno da 2,5 a 14,6 miliardi di sterline) e riceva poco o niente in cambio. A Bruxelles devono andare l’1% dell’Iva e sorattutto il 75% dei dazi doganali che per una nazione che commercia moltissimo, costituiscono un esborso serio. Cifre che la Ue redistribuisce per conto degli Stati membri, il che però irrita profondamente il duo Blair-Brown che lamenta gli sprechi, una carità senza controlli, i ritardi nei pagamenti disposti dalla Ue nei loro confronti.
C’è chi prova ad arginare il lievitare dell’insofferenza. Richard Corbett, eurodeputato laburista di Leeds, laureato in Filosofia al Trinity College di Oxford, auspica che proprio la presidenza inglese ridia ossigeno a un sistema asfittico. È stato relatore a favore, a Bruxelles, proprio della carta Giscard e ancor oggi - nel suo sito web - ci tiene a far comparire quelli che sono i vantaggi dell’appartenenza alla Ue (voli più sicuri e a buon mercato, liberalizzazione del sistema delle telecomunicazioni, interventi ecologici, scomparsa delle barriere doganali) e a smontare “gli euromiti” che tanti avversari seminano un po’ dovunque. «Falso - dice in replica a chi lancia l’allarme contro un sistema centralistico che annegherebbe la diversità britannica - che ciò possa avvenire. Le chiavi delle decisioni più importanti, come sanità, istruzione, sicurezza sociale, pensioni, difesa, devolution, fisco e giustizia, restano saldamente in mano nostra!». Ma son pochi a credergli.
(2. Continua)