E il macho Tinto Brass diventa un’icona gay

da Milano

Il sigaro e la passione per le «femmine» sono gli elementi distintivi di Tinto Brass, l’uomo che si autodefinisce «regista della mona», l’uomo che ha scoperto (in tutti i sensi) Serena Grandi, Debora Caprioglio, Claudia Koll e l’uomo che ha esaltato l’arte del voyeurismo. Brass sguazza in mezzo alle critiche (c’è chi lo chiama maschilista, chi lo giudica sporcaccione), agli strali femministi e a quelli scandalizzati di certi benpensanti, e appena si muove volteggia sulla sua testa la nuvoletta delle polemiche.
Ora poi, che a sorpresa è diventato una icona gay, apriti cielo. Brass coi gay? Eh sì, il «regista erotico» ha accettato di presiedere, alla prossima Mostra del Cinema di Venezia, la giuria che assegnerà il Queer Lion Award «per il miglior film con tematiche omosessuali», e così tutti - gay, lesbiche, bisex, trasgender, persone comuni e addetti ai lavori - si sono schierati pro e contro. Ma il vero risultato è uno: ohibò, i gay amano Tinto Brass. Un sondaggio sul portale Gay.Tv non lascia dubbi: il 70 per cento dei gay vota per Tinto. «Il cinema erotico di Brass lo si può apprezzare o no, ma al di là dei giudizi di merito ha sempre dimostrato con coraggio - difende la sua scelta Daniel N. Casagrande, organizzatore del premio e presidente di CinemArte - finanche con spudoratezza, una sessualità gioiosa e vitale, ha parlato dei suoi molteplici aspetti e della sua carica e valenza dirompente in una società, soprattutto quella italiana, permeata da ipocrisia e falsi moralismi». Ma questa sessualità «gioiosa» non era considerata di serie B? Comunque Brass, nonostante il suo ostentato machismo, è il nuovo paladino della gayezza. Ma, va da sé, anche per meriti artistici. «Brass è persona profondamente colta e intelligente - prosegue Casagrande -, un grande amante della settima arte, è un regista, e pochi possono vantarlo, ad avere al suo attivo almeno quattro o cinque grandi film, a cominciare dal suo straordinario anarchico esordio di 45 anni fa, quel Chi lavora è perduto ancora vivo e attuale, oggi forse più di allora. Per non parlare dei due titoli, La mia signora e il disco volante, entrambi con Silvana Mangano e uno straordinario Alberto Sordi.
In questo clima di apologia brassiana però, bisogna dar voce anche a quel trenta per cento che non è d’accordo con l’elezione del nuovo guru «perché la giuria di un premio gay è roba nostra», come dicono alcuni, o perché «così si dichiara implicitamente il binomio film gay uguale film zozzo». Ma anche i critici schierati non hanno dubbi nel tifare Brass: «è una scelta coraggiosa perché è una persona cinematograficamente colta e competente», analizza Sandro Avanzo, giornalista e giurato del Queer Lion. Mentre Adriano De Grandis, presidente della «Settimana internazionale della critica» chiosa: «È ridicolo che un etero non possa giudicare film gay. E poi stavolta ci sono opere carnali che investono l’economia del racconto sul corpo, e Brass è un maestro in ciò». Almeno su questo non ci sono dubbi.