E McCain ha ormai in pugno la nomination

Missione compiuta. John McCain aveva bisogno di vincere le primarie di martedì per tenere lontano il redivivo Mike Huckabee. E così è stato. Si è imposto in Virginia, nel Maryland e a Washington Dc. Oggi più che mai McCain è il candidato repubblicano alle presidenziali del 4 novembre, anche se dovrà aspettare le prossime primarie per la certezza matematica. Dopo il voto di ieri è a quota 812 delegati, ne mancano 379 alla maggioranza assoluta.
L’ex pastore Huckabee ha annunciato che non getterà la spugna, idem il libertario Ron Paul, che ieri è andato meno bene del solito. Ma l’eroe della guerra in Vietnam non pensa più ai suoi rivali di partito e inizia ad aprire il fuoco su Obama. «Non basta l’abilità retorica per rilanciare un Paese - ha dichiarato ieri -, ci vogliono idee concrete e tanta esperienza». Il messaggio è chiaro: io le ho, il senatore di colore no.
Eppure McCain sa di non poter contare su un partito compatto. È questo il suo grande problema. In Virginia Huckabee ha ottenuto il 41% dei consensi, nel Maryland il 29%. E i sondaggi in tutti gli Stati americani forniscono la stessa indicazione: la destra conservatrice e religiosa rifiuta di accettarlo. Lo considerano troppo liberale e moderato per difendere i valori in cui credono, soprattutto in tema di aborto, diritti dei gay e immigrazione.
McCain nelle ultime settimane ha tentato di rassicurare quest’ala di partito e il presidente Bush gli ha dato una mano, sebbene controvoglia. Ma l’ostilità di quest’ala del partito sembra insormontabile. Il rischio è che in novembre molti elettori repubblicani decidano di restare a casa. E senza la destra è improbabile che McCain riesca a conquistare la Casa Bianca.
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