E il megablitz finisce con un fiasco

I Pm: nessun legame con Tavaroli. Indaga anche Roma

Enrico Lagattolla

da Milano

Rumore molto, sostanza poca. Lo stato dell’arte è un’inchiesta lontana da trame occulte di poteri deviati e attentati alle Istituzioni. Centoventisette indagati per accesso abusivo a sistemi informatici, 250 perquisizioni in tutta Italia, incursioni nei data-base protetti dell’Agenzia delle entrate, servitori dello Stato infedeli, spionaggio fiscale ai danni di politici, sportivi e «starlette». Tutto il rumore dell’allarmante montagna. Poi, il topolino. Un vertice lungo due ore negli uffici della Procura di Milano tra il magistrato titolare dell’indagine e gli investigatori dello Scico (il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata della Guardia di finanza), e la rete della «cospirazione» si riduce a un paio di posizioni considerate meritevoli di un approfondimento dagli inquirenti. Due funzionari del nord del Paese. E, di queste, la più clamorosa riguarderebbe un dipendente del Fisco con ufficio a Torino, al quale è contestata la stampata di «file» sulla posizione contributiva del presidente del Consiglio Romano Prodi. Non un dossier, viene precisato. Solo, materiale cartaceo.
Nessuna annotazione a margine, nessuna sottolineatura di qualche rilievo, né numeri di telefono, riferimento a terzi, o a possibili committenti di un accesso che resta abusivo, ma che - almeno per il momento - non paventa alcuna minaccia alla democrazia. Certo, le posizioni degli indagati andranno distinte tra curiosi, «voyeur» da terminale, ed eventuali mercenari di informazioni sensibili. E in quest’ultimo caso sarà la Procura a dover definire la «rete» di compravendita, o risalire ai mandanti delle operazioni illecite. E, con ogni probabilità, saranno altri i nomi «pubblici» a scoprirsi vulnerabili, come potrebbe crescere ulteriormente il numero degli indagati. Ma lo scenario è tutto a venire.
Anche perché, per ora, non c’è stato alcun contatto diretto tra la Procura di Milano e i soggetti coinvolti nell’inchiesta, come nessun interrogatorio è stato ancora condotto e nemmeno è in programma a breve. Perché attualmente - spiegano gli inquirenti - non esiste alcuna relazione tra quest’indagine e quella condotta dai pm Fabio Napoleone, Stefano Civardi e Nicola Piacente sulla raccolta abusiva di informazioni riservate (che ha portato in carcere l’ex manager della security di Telecom, Giuliano Tavaroli), né alcun punto di incontro con l’inchiesta del pm Tiziana Siciliano, per la quale sono stati arrestati alcuni militari milanesi e una cancelleria della Procura di Milano. E perché, soprattutto, vista l’enorme mole di materiale acquisito dalle Fiamme gialle - che ora dovrà essere esaminato dal pubblico ministero Francesco Prete - ci vorranno almeno un paio di mesi per venire a capo di una «spy story» dall’esordio fragoroso, e dall’esito non all’altezza delle premesse.
E sullo «spionaggio fiscale» ora indaga anche la Procura di Roma, dove l’Agenzia delle entrate ha la sede centrale. Stesso reato ipotizzato (accesso abusivo a sistema informatico), ma a carico di ignoti. Un’indagine parallela, con il rischio di un conflitto di competenza. Per il momento, i magistrati capitolini hanno chiesto informazioni ai colleghi milanesi sulle «strisciate» elettroniche e le incursioni nei sistemi protetti. Intrusioni a danno della politica, dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e del suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi, a Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Piero Fassino, Lamberto Dini. Ma anche di Alessandro Del Piero e Francesco Totti, Loris Capirossi e la velina Giorgia Palmas, Emilio Fede e persino la defunta pornostar Moana Pozzi. Più che servizi segreti deviati, una faccenda da curiosi impenitenti. Ma l’esposto presentato dal viceministro dell’Economia Vincenzo Visco ha fatto rumore, eccome. E ha prodotto «una miriade di dati». Che, tirate le somme, potrebbero anche risultare estranei all’indagine in corso. Così dicono gli investigatori. Di questo si parla. Quasi esclusivamente compact disc, floppy, memorie di massa, tracce lasciate nei sistemi informatici senza apparenti legami tra loro. E un «fascicolo» su Prodi che si riduce a una semplice stampata. Troppo poco, al momento, per gridare al complotto.