E Milano finisce prigioniera di un disastro con i fiocchi

Viaggio nella città sepolta, colta di sorpresa: "Ci aspettavamo 25 centimetri, non 40". La gente: "Ma che vergogna..."

Incide più un’Expo o una nevicata? Per il momento, la signora Moratti può solo misurare la neve: non solo in centimetri, soprattutto in maledizioni. Appoggiato al bancone del Caffè, sottoterra, nella stazione metrò Amendola-Fiera, il suo concittadino Giuseppe ne eleva a raffica, come un’interminabile e sentitissima litania blasfema: «Porco due, io sono in giro dalle cinque e mezza. Ne ho viste di tutti i colori. Non mi venga a dire, la sindachessa, che Milano ha superato bene, che è tutto sotto controllo. Sotto controllo un bel paio di palle. Mica di neve. Parlano di quattrocento mezzi spazzaneve? Ma dove, ma quando. In un altro film, forse. È tutta la mattina che vedo gente incazzata, con le macchine bloccate, con i tram e i treni che non arrivano, con i marciapiedi pieni e le povere vecchie che si attaccano ai muri per andare a comprare il pane. In Comune fanno i grandi e non chiudono le scuole. Sull’orgoglio non li batte nessuno. Poi però basta una nevicata per vederli sbiellare. Dicono che è finito il sale, adesso. Pensa che roba: Bertolaso lo diceva da giorni, che sarebbe arrivata una grossa nevicata. E loro restano senza sale. Mavadaviaiciapp...».
Per la cronaca, mentre esce dal bar a fumarsi una sigaretta, Giuseppe confessa senza problemi la sua collocazione ideale: «Non sono di sinistra, io. Però non ci possono raccontare storie. Risalga sopra a guardarsi un po’ in giro...».

Mi sto guardando in giro già da qualche ora. Sopra, in superficie, la Milano dinamica e moderna che ha la testa nell’Expo si presenta scossa. È imbiancata, ma soprattutto sbiancata. Ha l’espressione interdetta e inebetita. Come una città mediterranea che si ritrovi improvvisamente e inspiegabilmente ricollocata nell’area baltica. Non sa bene che fare, procede a spanne, barcolla e stramazza.
Sia detto per il senso delle proporzioni: nessuna calamità. Solo una nevicata. Ma serve a comprendere come ormai basti davvero poco, diciamo un robusto ritorno all’inverno di una volta, quando l’inverno era inverno, per andare in isteria. Forse, il problema sta davvero tutto qui: gli inverni miti del cosiddetto surriscaldamento planetario, come un flaccido alibi, ci hanno a poco a poco smidollati, noi e chi ci amministra. Basta un improvviso e repentino ritorno alla normalità - perché dev’essere chiaro a tutti: la normalità è questa, non le margherite all’Epifania -, basta cioè la giusta neve di gennaio in una fredda città del Nord, per tramortirci.

Poi ci sono tutti gli effetti del progresso. Uno semplicissimo: nella Milano di una volta, alla prima infarinata gli studenti correvano in Comune per arruolarsi nelle truppe degli spalatori. Guadagnavano due lire ed era pure divertente. E i marciapiedi restavano puliti. Adesso, con le normative e le tutele e le garanzie, il Comune non può più arruolare i braccianti bianchi di giornata. Volendo spalare almeno i marciapiedi del centro, bisogna aspettare l’arrivo dei volontari friulani. Come nei film di John Ford: bisogna resistere finché arrivano i nostri. Per la capitale del lavoro e dell’operosità, una imbarazzante umiliazione.

In zona Monte Stella, ambientazione più da Olimpiadi invernali che da Expo, ci giocano sopra. Non c’è tensione, nessuna nevrosi. Il giovane papà, che di nome fa Luciano, sta prendendo a morbide pallate i due bambini: «Inutile farsi prendere dal panico. Ormai sappiamo com’è: Milano non è più in grado di sbrigarsela come una volta. Per colpa di tutti, mica solo della Giunta. Pensiamo ai portinai: dovrebbero spalare davanti ai palazzi, ma io ne ho visti pochini... Io l’ho presa con filosofia. Dovevo riprendere il lavoro dopo le feste: stamattina ho guardato fuori dalla finestra e ho capito subito che aria tirava. Così, ho chiamato in ufficio, a Seregno, e ho avvertito. Perderò un giorno, cosa devo farci. Poi ho svegliato i bambini e ho detto: niente scuola, allunghiamo le vacanze. Ed eccoci qui, a goderci il lato buono della neve. So che il Comune non ha chiuso le scuole, ma non sono d’accordo: se non si è in grado di garantire la normalità, certi gesti diventano solo propaganda. Poi però la gente va in bestia...».

È la verità. È la colonna sonora di giornata. La gente va in bestia al ponte della Ghisolfa, dove una pendenza ridicola diventa insormontabile per i pullman: fumanti e patetici, i mezzi pubblici cominciano a scivolare come goffi slittoni e si bloccano sul posto, appiedando i pendolari e paralizzando mezza città. La gente va in bestia nella zona del centro, tra il Duomo e piazza Cordusio, quando un tram deraglia ad uno scambio ghiacciato e blocca un’altra mezza città, in pieno pomeriggio. La gente va in bestia quando sente la Moratti dire candida come la neve che «avevano previsto 25 centimetri, invece ne sono arrivati 40». La gente va in bestia perché candidamente si chiede: ma 15 centimetri di differenza bastano a seppellire una giunta?

Mentre salgo sul taxi, in zona Città Studi, al termine del lungo viaggio nel bianco tracollo, mi ritrovo a immaginare le cose più sadiche: pensa se fosse il giorno inaugurale dell’Expo. Pensa che esposizione. A troncare i cattivi pensieri è l’anziano driver della Multipla, guardandomi nel retrovisore, mentre aspetta che due signore risalgano affannosamente sul marciapiede: «Ghel disi mi: io è tanti anni che batto la strada. Ne ho viste di nevicate. Ma uno schifo del genere, mai. Forse nell’85, tè: ma almeno allora ne era venuta giù il doppio. E poi all’epoca non c’erano i Suv: sono i Suv la rovina di Milano».

Ce l’ha con i Suv, ma questo magari è argomento per un’altra storia. Adesso, alle prime ore del freddo pomeriggio milanese, il vero fatto saliente è l’arrivo della pioggia. Si rivela subito il miglior assessore della giunta Moratti. Non c’è gara. Come un immane lavacro metropolitano, comincia lentamente a ripulire là dove hanno fallito gli uomini. La popolazione si ritrova nella poltiglia e nel pantano, ma è già un passo avanti. In Comune possono finalmente tirare un sospiro di sollievo e ringraziare il cielo. Per questa volta è andata, forse. In futuro bisognerà inventarsi qualcosa di meglio. Comunque tranquilli: l’Expo si fa d’estate, non c’è pericolo.