E a Milano l’Ariosto è affidabile a processi alterni

Nel caso Sme il teste Omega era stato giudicato «lacunoso». Ora invece il suo racconto è «del tutto verosimile»

da Milano
Per i giudici che hanno smontato il caso Sme, Stefania Ariosto è un teste inaffidabile. Per i magistrati del processo d’appello Imi-Sir-Lodo Mondadori, invece, «il narrato dell’Ariosto è del tutto verosimile». Sì, il racconto del teste Omega, pesantemente messo in discussione dal collegio presieduto da Francesco Castellano, torna a brillare nelle 865 pagine scritte dalla corte d’appello per spiegare la sentenza con cui il 23 maggio scorso Cesare Previti e l’avvocato Attilio Pacifico sono stati condannati a 7 anni, il giudice Vittorio Metta a 6, l’ex capo dei gip di Roma Renato Squillante a 5, Felice Rovelli a 3. Un verdetto double face: assoluzione per il capitolo Lodo Mondadori, per cui invece in primo grado gli imputati erano stati giudicati colpevoli, pene durissime per la parte Imi-Sir, ora definita una vicenda «di eccezionale gravità» che ha provocato «al sistema giustizia e alla controparte Imi un danno rilevantissimo».
Per capire, occorre ripartire dall’Ariosto, che nel 1995 raccontò ai Pm la sua verità. «Quanto meno sul piano logico - scrivono i giudici - la comparsa sulla scena investigativa di Stefania Ariosto appare immune da inquinamenti probatori ad opera di terzi». Insomma, per il presidente Roberto Pallini e per i due giudici a latere la sua testimonianza sarebbe genuina. «Certo - prosegue il collegio - la teste era animata in quel momento da risentimento nei confronti del gruppo Berlusconi in genere e di Previti in particolare, cui addebitava da un canto la sua vertenza con la società assicuratrice e dall’altro una pubblicazione diffamatoria: ma di qui ad affermare che questo risentimento avrebbe alterato il narrato della teste, quando invece appare palese che ne è semplicemente stato la causa scatenante, il passo appare lungo, anche perché, è stata l’Ariosto per prima ad avvertire i suoi interlocutori di tale stato d’animo». La corte d’appello mette dunque le mani avanti e liquida «come grave insinuazione» l’ipotesi, avanzata dagli imputati, che la donna «sia un teste prezzolato della Procura di Milano». Due mesi fa il tribunale del processo Sme aveva glissato sul punto spinosissimo, ma aveva definito la deposizione dell’Ariosto «lacunosa e approssimata», e riassunto con una battuta fulminante le sue «contraddizioni», profilando il dubbio di un racconto offerto da chi «parli per sentito dire più che per scienza diretta».
Questa volta la musica cambia. La testimonianza della signora è cristallina, la sua «personalità spiega le confidenze» ricevute da Previti. Certo, l’Ariosto «è attendibile sul quadro generale», i giudici ammettono che lo è «meno sugli episodi specifici». In ogni caso, «non deve sembrare singolare che Previti si sia lasciato andare, in presenza della donna, ad atteggiamenti o frasi del genere di quelli riferiti dall’Ariosto, dovendo tale suo comportamento spiegarsi come una esibizione di potere, un’ostentazione, insomma, del successo raggiunto». Su questo spartito vengono lette le due storie sotto esame. «La causa Imi-Sir fu una vicenda di eccezionale gravità. Il danno, inteso sia come vulnus arrecato al sistema giustizia sia come conseguenze specificamente derivanti alla controparte, è stato rilevantissimo, posto che la causa Imi-Sir vedeva contrapposte due parti di spicco nel panorama industriale e creditizio del Paese e di fatto una dovette versare l’enorme somma di mille miliardi del 1994. Le modalità dell’azione attestano - secondo il collegio - di un’intesa articolata, complessa e che coinvolge numerosi soggetti. Una siffatta preordinazione della condotta non può che essere sintomo di un dolo particolarmente intenso». I giudici non hanno alcun dubbio: i Rovelli hanno pagato, attraverso un pool di avvocati fra cui Cesare Previti, una tangente al giudice Vittorio Metta per pilotare a loro vantaggio la controversia contro l’Imi. Solo la gravità dei fatti «induce la corte a non concedere le attenuanti generiche», già negate in primo grado. A scanso di equivoci, il collegio aggiunge «di non essersi certo fatto condizionare» nella sua decisione «dalla sindrome della prescrizione».
La prova della corruzione mancherebbe invece per il Lodo Mondadori. «Ritiene la corte - si legge nelle motivazioni - che la disamina della vicenda processuale e delle movimentazioni ad essa riferibili non consenta di concludere per la sussistenza di un patto corruttivo commissionato dalla Fininvest, intermediato dagli avvocati Attilio Pacifico, Cesare Previti e Giovanni Acampora, chiuso con il magistrato Vittorio Metta», estensore della sentenza della corte d’appello che capovolse il lodo arbitrale, sfilò la Mondadori alla Cir di Carlo De Benedetti e l’assegnò alla cordata guidata dalla Fininvest.