E Moggi fa spettacolo in tribunale «Mi sono divertito, quasi quasi torno»

da Roma

«Mi sono divertito, mi sa che torno anche la prossima volta se non ho la febbre...». A sorpresa, sui banchi dell’aula, confuso tra gli avvocati di accusa e difesa, spunta Luciano Moggi. Ovvero il principale imputato del processo Gea, che replica alle testimonianze di alcuni calciatori, con tanto di richiamo da parte del presidente della decima sezione penale, Luigi Fiasconaro: «Lei non può parlare così, si ricordi che è un’aula di tribunale». Alla fine Moggi gli stringerà la mano: «Non lo conoscevo, è una persona per bene». Per una volta il processo regala ai cronisti meno sbadigli del solito.
In aula scorrono le testimonianze dell’accusa, rappresentata dal pm Luca Palamara. Prima il procuratore Marco Trabucchi, citato per rievocare la vicenda Nigmatullin, il portiere russo che, secondo i verbali dell’inchiesta, fu costretto a restare chiuso in un albergo per firmare un nuovo contratto. Poi lo stilista napoletano Maurizio Marinella, chiamato in causa per le modalità di pagamento di alcune cravatte vendute alla Football Management per conto di Moggi.
Infine i calciatori: l’uzbeko Zetulayev e l’ucraino Boudianski che parlano di Francesco Ceravolo, all’epoca dirigente delle giovanili bianconere e anche lui fra gli imputati del processo: «Lui e il figlio di Moggi spingevano perché lasciassimo Trabucchi. Dicevano che stando con la Gea era più facile trovare club migliori, c’erano più vantaggi. Subimmo pressioni affinché non tornassimo a casa». Luciano Moggi, assistito dall’avvocato Melandri, replica deciso: «I guai di questi ragazzi sono cominciati da quando si sono affidati a Trabucchi. Loro sono bravi giovani, ma quando qualcuno gli mette in testa che andando altrove possono guadagnare di più, si perdono... Ceravolo faceva il suo dovere di dirigente quando insisteva affinché quei due rimanessero alla Juve».
Lunga, e anche contradditoria in alcuni punti, la testimonianza dell’ex calciatore Salvatore Fresi. «Mi minacciarono per accettare il trasferimento al Perugia nel 2003-04. Pasquale Gallo (collaboratore dei Moggi, altro imputato del processo) mi disse che se non accettavo il Perugia mi avrebbero fatto allenare da solo in montagna». La nuova replica di Luciano Moggi suscita la curiosità, più che un’arrabbiatura, del presidente di corte Fiasconaro. «La Juve non ha mai minacciato nessuno. Nel 2002-2003 Fresi aveva fatto 9 presenze. Aveva creato problemi di spogliatoio e non piaceva agli allenatori».
L’udienza finisce. «Mi sono divertito, magari torno la prossima volta. Ma non chiedetemi un’opinione, non sono un avvocato, anche se la materia mi appassiona. Per alcune mie battute sono già finito nei casini, casini per modo di dire». Lucianone potrebbe tornare in aula domani, quando sul banco dei testimoni saliranno tra gli altri David Trezeguet (ieri assente per l’influenza), l’ex juventino Amoruso e Grabbi. Quest’ultimo rivelò di essere stato minacciato da Moggi («se non accettavo il trasferimento, avrei giocato solo nel giardino di casa mia»). Sarà un’altra udienza vivace?