E Montgomery finì per regalare a Adolf la sua ultima vittoria

La disastrosa operazione Market-Garden nacque dalla boria dei generali alleati

Esattamente 74 anni fa (17-27 settembre 1944), era appena terminata una delle operazioni militari più sbagliate della Storia. Migliaia di paracadutisti inglesi, statunitensi e polacchi avevano cercato di occupare una serie di ponti olandesi che avrebbero consentito agli alleati di raggiungere e oltrepassare di gran carriera il confine tedesco. Questa gigantesca offensiva aviotrasportata aveva il non molto marziale nome di «Market» e doveva essere accompagnata da un'offensiva di terra con l'ancora meno marziale nome di «Garden». Se l'attacco con i paracadutisti era un azzardo, l'idea che le truppe d'appoggio avanzassero lungo un'unica strada, circondata da polder acquitrinosi per più di 130 chilometri, era semplicemente una follia. Follia che consentì all'ormai malandatissimo esercito del Reich, dotato ancora di ufficiali combattivi e pensanti, di cogliere l'ultima vittoria della Seconda guerra mondiale. Tutta questa vicenda ora viene raccontata da Antony Beevor nel saggio L'ultima vittoria di Hitler. Arnhem 1944 (Rizzoli, pagg. 616, euro 34). L'ex ufficiale dell'esercito britannico, e storico, ricostruisce la genesi del disastro che fece tirare un momentaneo sospiro di sollievo al Führer e che causò agli alleati più di 17mila tra morti, feriti e prigionieri.

Tutto iniziò nell'agosto del 1944 con la rapidissima avanzata, seguita allo sbarco in Normandia, che lasciava immaginare che ormai i tedeschi avessero esaurito ogni capacità di reazione. E in effetti la sproporzione di forze, soprattutto nei cieli, era più che evidente. Era meno evidente, sebbene altrettanto reale, che i generali americani e britannici stessero iniziando a cedere a rivalità da operetta. Montgomery e Patton avevano iniziato una guerra sotterranea per contendersi le risorse destinate al fronte. A fare da arbitro un acciaccato Dwight Eisenhower che ebbe la brutta idea di rompersi una gamba nel momento sbagliato. In questa situazione confusa, Montgomery, appena nominato Maresciallo, approfittò per organizzare una gigantesca operazione aviotrasportata. Comportava il lancio in pieno giorno di migliaia di uomini e l'utilizzo di centinaia di alianti. Questi uomini avrebbero dovuto prendere il controllo di tutti i ponti che portavano sino alla città di Arnhem. Ovviamente i paracadutisti lanciati più in là nel territorio tedesco avrebbero dovuto resistere più a lungo. Ma Monty assicurò che in 3-4 giorni sarebbero arrivati i rinforzi. Molti suoi subordinati ne dubitavano già prima che partisse l'attacco, anche se non è certo che il generale Frederick Browning abbia detto la frase che gli attribuiscono: «Possiamo tenere il ponte a Arnhem per quattro giorni... Però, signor Maresciallo, temo che quell'ultimo ponte sia un po' troppo lontano...». Ma se non la disse lui, la dissero altri e in termini chiari, come dimostrano le lamentele del generale polacco Stanislaw Sosabowski.

Il senso di superiorità degli Alleati aveva fatto perdere ogni prudenza. Mentre sull'altro lato del fronte Kurt Student e Walter Model stavano saggiamente lavorando all'idea che «gli avversari si sarebbero addentrati nei canali olandesi, un territorio quanto mai favorevole alla difesa, e nel quale il nemico non avrebbe avuto modo di impiegare proficuamente i suoi numerosi carri armati». In più, pur rimasti con truppe scarsamente operative e pochi corazzati, gli ufficiali tedeschi non avevano alcun obbligo di aspettare ordini per reagire alle azioni offensive. Infatti continuarono a combattere senza problemi anche mentre Model veniva obbligato dai bombardamenti e dai lanci a lasciare il suo comando. Il risultato fu che l'inferno per i paracadutisti iniziò già nei cieli olandesi: i cannoni della FlaK (ossia FlugabwehrKanone, i cannone contraerei) erano dappertutto. Molti dovettero lanciarsi da aerei in fiamme. Gli alianti non erano adatti ad atterrare nei molli e ubertosi campi olandesi. Molti si ribaltarono all'arrivo, uccidendo l'equipaggio.

Quanto alle truppe di terra, appena passarono la frontiera dei Paesi Bassi non fecero nemmeno in tempo a percorrere qualche centinaio di metri dell'unica strada adatta ai mezzi pesanti che nove carri armati Sherman vennero distrutti dal tiro degli Ottantotto tedeschi. Era l'inizio di un percorso - costellato di imboscate e veicoli in fiamme da spostare col bulldozer blindato - che sarebbe stato ricordato come «la strada per l'inferno». Insomma, il piano inglese si inceppò un secondo dopo il contatto con il nemico. Alla fine ad Arnhem alcuni dei migliori reparti britannici rimasero circondati dai tedeschi senza speranza e dovettero arrendersi. Beevor racconta tutta la vicenda con maestria e nel dettaglio. E non risparmia le critiche al connazionale Montgomery che per giunta si rifiutò per tutta la vita di assumersi le sue responsabilità sul disastro. E del resto c'è un'evidenza di quanto i generali Alleati poco fecero mea culpa.

A pochi mesi di distanza e sempre per supponenza rischiarono una seconda disfatta nelle Ardenne. Ma in quel caso, per loro fortuna, Hitler fu più supponente di loro e costrinse i suoi ufficiali a degli obiettivi senza senso.

Commenti

Holmert

Dom, 30/09/2018 - 11:21

Hitler era un pazzo furioso. Armò la Germania sino ai denti e scatenò l'inferno, mentre le nazioni europee dormivano i sonni di Aligi e si accorsero delle intenzione del pazzo a cose fatte. Per fortuna il pazzo si era illuso di dettare le strategie delle operazioni di guerra,come in questo caso e come durante l'operazione Barbarossa, dividendo le forze tedesche,contrariamente all'opinione dei suoi generali. Montgomery,è risaputo, era un grande ambizioso e gli rodeva se Patton faceva meglio di lui. Tanto a rimetterci la pelle erano i poveri soldati. Ad Arnhem fu una vera carneficina, anche se la filmografia alla fine ha concesso la vittoria agli alleati al suono delle zampogne scozzesi.