E la mossa spiazza i veltroniani

Follini: «È solo una trappola per An e Udc». Prodi: «Basta giochi». La campagna elettorale però sarà «buonista»

da Roma

L’«occasione» c’è stata, dice Veltroni, ma è andata «perduta», visto che Berlusconi ha chiuso la porta. È stata sua la scelta di «precipitare verso elezioni con una legge elettorale sbagliata», invece di optare per «una breve collaborazione oggi che avrebbe consentito all’Italia di essere più stabile domani».
E dunque la proposta di un «patto elettorale» in pochi punti tra Pd e Forza Italia è solo «un’ipotesi irrealistica, come l’ha definita giustamente anche Berlusconi»: una volta che i giochi elettorali sono aperti «noi e il centrodestra siamo alternativi, com’è naturale».
Prima di salire a Palazzo Madama per il colloquio con Marini, Veltroni aveva riunito il vertice Pd, e sul «patto» ipotizzato dal Giornale ci si era interrogati. Riunione affollata (c’erano Prodi, Rutelli, ormai candidato in pectore a sindaco di Roma, Amato, i capigruppo, il vicesegretario Franceschini, Fassino) e già tutta proiettata sulla campagna elettorale che incalza. E che ricompatta tutto il Pd dietro a Veltroni, a cominciare da un Prodi «unitario come non mai», e forte di un patto con il segretario per «chiudere in bellezza» la sua parabola: il Pd difenderà a spada tratta le «buone cose» fatte dal governo, attribuendo la colpa dei mancati successi al «caos» della coalizione, e Prodi lascia seppellire senza storie la «sua» Unione e a benedice la «solitudine» del Pd in cambio dell’apologia del suo ruolo di governo.
In molti, attorno a quel tavolo, avevano parlato solo il giorno prima a tu per tu con Berlusconi. Telefonate «personali», di condoglianze per mamma Rosa, ma nel corso delle quali si era inevitabilmente parlato anche della crisi. E nessuno, a quel che si sono raccontati ieri nel loft, aveva avuto «il minimo sentore» simili avance.
Interpretate in chiave di messaggio elettorale. «Attenti, è una classica trappola berlusconiana mirata contro Fini e Casini, ma che serve anche a dividere noi: non dobbiamo caderci», ha avvertito Follini. «È chiaro il tentativo di restituirci il cerino allontanando da sé l’immagine di chi ha voluto la rottura - ha ragionato il ministro Gentiloni -, sa bene che i sondaggi degli ultimi 20 giorni dicono che la gente non ha alcuna fiducia nella possibilità che le elezioni siano risolutive». Per Enrico Letta, c’è il rischio che il Cavaliere, «facendo passare l’idea che c’è un accordo tra lui e il Pd», ottenga il risultato di spingere l’elettorato ulivista più «anti-inciucista» verso la Cosa rossa.
Prodi ha tagliato corto con i cronisti: «Non ricominciamo con i giochi, le parole di oggi di Berlusconi sono nettamente diverse da quelle riportate dal Giornale: vuole elezioni subito». Bettini, a sera, ha cercato di ributtare la palla nel campo avverso: «Prima si fanno le regole, poi si gioca la partita», ha ricordato, mentre invece quello che propone Berlusconi è «il capovolgimento logico» di questa prospettiva, ed è «stravagante». Se il tentativo di Marini è fallito è solo per «responsabilità della destra». La campagna elettorale è iniziata, e Berlusconi è ridiventato «la destra».
Ma per il futuro, nessuno nel Pd se la sente di escludere alcuno scenario. «È certo che dopo il voto dovremo trovare il modo di fare delle cose insieme», dice un dirigente Ds. Nel loft, proiezioni alla mano, si assicura: «Berlusconi sa che rischia di vincere con solo una decina di senatori in più, e che la sua coalizione di 15 partiti sarà una Cambogia: la sua uscita di oggi è a futura memoria». Peraltro, la campagna elettorale del Pd (e lo stesso ci si aspetta da quella di Berlusconi) «non sarà all’insegna dello scontro», ma molto «dialogante e buonista», spiega un ministro. Niente «coalizioni contro, fondate sull’antiberlusconismo», come dice il ds Brutti. E la scelta di «autonomia» del Pd, che separerà nettamente le sue sorti dal quelle della ex Unione, lascerà a Veltroni (convinto che di qui al voto il gap tra lui e Berlusconi si restringerà di molto) le mani libere sul dopo. «Se, come è possibile, le elezioni finiranno in un semi-pareggio al Senato, bisognerà trovare un modo per uscirne», dice il costituzionalista veltroniano Ceccanti. «E Berlusconi avrà due strade: o la grande coalizione, o un governo “tecnico” per affrontare riforme ed emergenze economiche. E per entrambe le soluzioni, sarà necessario un patto con il Pd».