E Napolitano vede «malessere»

da Roma

Macché declino, ma quale crisi. Le esportazioni, dice Giorgio Napolitano, tirano che è una bellezza, il tessuto imprenditoriale tiene, la «cultura della creatività» resta un nostro «punto di forza», il patrimonio storico è un formidabile polo di «attrazione» e ci sono pure molti altri «motivi di fiducia» nel futuro del Belpaese. Eppure, inutile nascondersi, il «malessere» c’è ed è profondo perché prezzi e tariffe ci stanno strangolando e la gente fatica ad arrivare a fine mese. Il governo batta un colpo, faccia qualcosa, trovi soluzioni, «si misuri» con questo problema.
Discorso breve e sobrio. All’ora di cena, mentre l’Italia si tuffa nel cotechino, il capo dello Stato parla per un quarto d’ora. Alla politica dedica solo qualche passaggio veloce ma significativo. Il primo è appunto sui rincari. «Sento il dovere di una risposta alla gente, a chi vuole sapere se dobbiamo guardare all’anno nuovo con preoccupazione o con speranza e fiducia».
Ebbene, «c’è da proporre soluzioni di fronte all’allarme per il costo della vita che la parte più povera e disagiata della popolazione può sempre meno reggere». Bisogna darsi da fare, spiega il presidente, perché «una parte delle famiglie, che conta solo su retribuzioni e redditi insufficienti, regge a costo di seri sacrifici, mai abbastanza riconosciuti». È qui «il malessere sociale», è qui «nell’incertezza, soprattutto nel sud a trovare lavoro». È qui che c’è urgenza di mettere mano per «trasmettere impulsi all’intero sistema Italia». Non c’è «da abbandonarsi alla sfiducia, ma da proporre, decidere, operare».
Il secondo punto riguarda le riforme istituzionali, che Napolitano definisce «indispensabili» per «mettere a frutto le potenzialità» del Paese e «consolidare i fermenti positivi». Il momento, dice, è delicato. «Ora che uno spiraglio di dialogo si è aperto, con il contributo di entrambi gli schieramenti politici, specie sulla riforma elettorale, occorre assolutamente evitare che l’occasione vada perduta». Il Quirinale quindi «copre» e incoraggia gli sforzi di Berlusconi e Veltroni per arrivare a un’intesa che assicuri stabilità e governabilità. Serve perciò «un clima costruttivo, fondato da un’effettiva legittimazione reciproca». La parola è al Parlamento, «ma io insisterò nelle mie sollecitazioni e nei miei appelli». Quanto alle difficoltà di Prodi, «siamo in un momento in cui molto si discute sull’attività del governo e sulle critiche e richieste dell’opposizione e non possono esserci interferenze da parte mia». Come dire: non darò spallate ma non farò nemmeno da stampella, non è certo il mio compito.
Il mestiere del presidente invece è quello di fare iniezioni di ottimismo, in particolare quando attraverso la tv entra all’ora di cena nelle case di tredici milioni di italiani. Dunque, insiste, «dobbiamo avere fiducia in noi stessi ma anche essere esigenti verso di noi». Se insicurezza e criminalità «sono dei problemi», non per questo possiamo «fare degenerare la paura in inammissibili violazioni delle libertà di culto degli immigrati». Se il federalismo non c’è, se «un nuovo equilibrio tra istituzioni centrali e locali va riformulato», non per questo possiamo lasciarci andare «a particolarismi e localismi». Esempio da non seguire, il rimpallo di responsabilità «che impedisce la soluzione dell’emergenza rifiuti in Campania».
Servono perciò «prove effettive di senso civico». Servono a tutti i livelli, dalla tutela dell’ambiente al rispetto reciproco tra politica e magistratura. Al centro ci deve essere sempre l’interesse generale, che è quello che «ha portato al sacrificio alcuni nostri soldati all’estero», ai quali Napolitano dedica l’ultimo passaggio del discorso di Capodanno: «Rendiamo omaggio a chi affronta la fatica dell’impegno umanitario in aree tra le più critiche di questo mondo, nello spirito della Costituzione repubblicana».