E nei Ds il flop elettorale apre il processo a Fassino

Il 17,5% dei voti non soddisfa. Il segretario alla prima riunione: «Se qualcuno vuole criticarmi...». I più duri sono Cuperlo e Livia Turco. Bersani candidato alla successione

Luca Telese

da Roma

Cosa succede nei Ds? Passato «l’effetto-immagine» incassato con la vittoria «tecnica» della coalizione, il risultato deludente del partito, il 17,5 incassato al Senato (solo 0.9 in più del primo voto dopo la Bolognina, nel 1994!) ha iniziato a scavare e a corrodere le fondamenta della leadership di Piero Fassino. Non è - ovviamente - uno schianto, ma non è nemmeno un caso: prova ne è il fatto che il segretario abbia aperto la prima riunione di segreteria con una sorta di richiesta di fiducia ai dirigenti del gruppo ristretto: «Se qualcuno ha critiche sul sottoscritto...». Ha (forse) ottenuto, quello che sperava, «un anno di proroga», come scrive Il Riformista, sempre informato sulle cose diessine.
Eppure, passato il momento delle rassicurazioni dovute, gli scricchiolii hanno iniziato a moltiplicarsi, al punto che si è diffusa la leggenda metropolitana che Gianni Cuperlo e Livia Turco, a porte chiuse, abbiano pronunciato interventi che adombravano l’idea della richiesta di un ricambio di leadership. E che «il leader máximo» abbia dovuto frenare i suoi, già pronti con le baionette. Certo, date le difficoltà della maggioranza, tutti capiscono che una resa dei conti nella Quercia, ora, potrebbe far saltare il banco, e dunque anche gli antifassiniani si devono muovere con prudenza. L’immagine che si cerca di accreditare è quella di una discussione serena: ed era a dir poco meraviglioso, ieri, sentirsi ripetere dal portavoce di D’Alema, Matteo Orfini, frasi del tipo: «Il risultato del partito non è insoddisfacente, ed è dovuto al fatto che il presidente e il segretario hanno fatto campagna per la lista unitaria, nell’ultimo mese prima del voto D’Alema non ha fatto nemmeno un comizio sotto il simbolo dei Ds!». Peccato che per mesi tutte le città d’Italia siano state popolate dalla tabellonistica della Quercia, e dal memorabile slogan, «Domani è un altro giorno» (e non, guardacaso, dai 6x3 dell’Ulivo).
Ovviamente occorre ripartire dai fatti. Il primo: Fassino ha fatto strage dei deputati uscenti (quasi settanta fuori) per inserire i suoi uomini (e sua moglie, Anna Serafini) in posizioni vincenti. Una operazione che - pianificata già sulla carta - è stata amplificata dai risultati, come previsto, dopo il voto. Persino Cuperlo, il dirigente più giovane e brillante dell’area riformista dalemiana ne ha fatto in qualche modo le spese: ha pagato con un gesto simbolicamente fortissimo, la rinuncia volontaria alla posizione che gli era stata originariamente affidata in lista (quella di «piazzato») in favore di un rappresentante della minoranza slovena: come aveva lui stesso previsto, non è stato eletto. Una di quelle scelte che fanno acquisire mille punti di credito, e che addirittura esaltano il paradosso di un dirigente costretto a un gesto «contronatura» (lo sgarbo di un triestino agli sloveni) o alla rinuncia. Cuperlo esce dunque rafforzato, ma anche molto determinato. E infatti, nella riunione di segreteria, ha detto di ritenere necessario e dovuto un chiarimento sul percorso e sulla rotta che porta al partito. La Turco ha parlato di «rinnovamento necessario nella classe dirigente». Non è un caso che in queste ore nel valzer dei nomi che si fanno nell’ipotesi che Fassino vada al governo, il nome più gettonato sia quello di Pierluigi Bersani, mentre tra i due outsider si parla di un quarantenne come Nicola Zingaretti (su cui potrebbero convergere tanto Goffredo Bettini quanto Walter Veltroni) e dello stesso Cuperlo.
Sul tappeto resta l’idea di un congresso straordinario da celebrare anticipando i tempi prima della fine dell’anno, e la certezza che se Fassino dovesse diventare ministro si percorrerebbe nel modo più indolore la via di una successione che prima del 9 aprile non era nemmeno ipotizzabile, e che adesso - invece - sembra scontata.