E nel «Giorno perfetto» la Mazzucco si riposò

Nell’ultimo romanzo la scrittrice si accontenta di un linguaggio da fiction televisiva e cade in stereotipi di ogni genere: dalla trama ai personaggi

Dopo svariati rulli di tamburo è uscito l’ultimo romanzo di Melania Mazzucco, Un giorno perfetto (Rizzoli, pagg. 407, euro 18), assumendo nelle librerie, come per incanto, la forma di cataste spiraliformi che hanno il piglio di chi non vede l’ora di deludere ogni aspettativa. Avevamo lasciato la scrittrice bravissima, a tratti prodigiosa del Bacio della Medusa o di Vita, e ci ritroviamo ora a dover denunciare un’imbarazzante parentela tra quest’opera e le movenze e i personaggi tipici delle fiction televisive.
Un giorno perfetto testimonia di una regressione: la rinuncia ad una scrittura adulta e complessa a vantaggio di quella puerile, prevedibile e vacua che si insegna nelle scuole di scrittura creativa. È, questo, un gioco al ribasso e un patto col diavolo di cui gli autori sono cinicamente consapevoli: ricorrendo ai ricettari e ai clichés si scongiura un fiasco, ma a prezzo di mettere al mondo libri che durano lo spazio di un mattino, trasudano bassa fattucchierìa e vanno in giro a raccontare cose molto brutte su chi li ha scritti. Nel caso di una scrittrice stimata come la Mazzucco, poi, l’effetto è particolarmente avvilente: ci si chiede se il gioco valga la candela, se non sia preferibile dedicarsi ad un racconto di un centinaio di pagine, della qualità delle prove precedenti, invece di erigere un simile grattacielo di cartapesta.
Il primo segnale di una conversione alla letteratura di poco pregio è il titolo, rubato all’usurata canzone di Lou Reed della cui perturbante leggerezza, peraltro, nel romanzo non v’è traccia. Avrete intuito che il titolo è sarcastico: se a un newyorkese, per parlare di giornata perfetta, basta sorseggiare una sangria nel Central Park, da noi se qualcuno beve sangria a Villa Borghese lo fa tutt’al più per dimenticare l’orrore della città in cui vive. A Roma, suggerisce la Mazzucco, non ci sono balconi fioriti: ciò accade solo in Carinzia. A Roma più correttamente «le facciate delle palazzine sono ricoperte da eczemi di balconi e vasi». Figurarsi se in Italia un romanziere scrive un libro su un giorno perfetto: lo scriverà su un giorno infernale che si conclude con una terribile carneficina serale.
Tutto in queste pagine è stereotipo, le cose e le parole. Stereotipi i nomi propri: una donna che sa interpretare i sogni, aspira ad una spiritualità new age ed è in rotta col marito materialista si chiamerà Maja. Un essere in bilico, malato di bovarismo, Emma. L’onorevole fascistoide riceverà un nome che è tutto un programma: lo chiameremo Elio Fioravanti.
Stereotipi sono i personaggi: poiché Antonio è una guardia del corpo sarà di origine meridionale, avrà un fisico palestrato e una propensione irrefrenabile alla violenza. Elio è l’onorevole che Antonio deve proteggere? Disegniamolo come un bieco venditore di fumo, egoista, retorico e qualunquista, e se qualcuno avesse dei dubbi su quanto sia repellente calchiamo ancora un po’ la mano, rendiamolo capace di nauseare la moglie (che vomita dopo aver fatto l’amore, si fa per dire, con lui) o i più fedeli tra i collaboratori. Il figlio dirazzato dell’onorevole, Aris Fioravanti detto «Zero», avrà capelli viola coperti da un cappuccio; butterà sui McDonald’s bombe preparate seguendo le istruzioni reperibili in rete; chiamerà «fratelli» i compagni di vandalismo; e sarà un bravo graffitaro. La vita è un inferno perché ognuno ha le sue ragioni, come sosteneva Jean Rénoir nella Règle du jeu? Allora di certo anche «Zero» avrà le sue.
Stereotipa, e incresciosamente, è la trama: perché questo dovrebbe essere un thriller e un thriller prevedibile è una contraddizione di termini. Per creare suspence non basta certo aprire un romanzo con i carabinieri sul punto di sfondare una porta dalla quale provengono delle grida, e poi fargliela effettivamente sfondare solo a pagina quattrocento. E non basta nemmeno sperare che se un uomo armato e farneticante strappa i figli alla ex moglie lasciando capire che intende trucidarli, il lettore se ne stia buono buono a farsi cuocere su braci tanto appariscenti. Stereotipa l’aggettivazione: com’è il fetore? Pungente. La spiaggia? Affollata. Poi il fraseggio, meno che giornalistico: «Si era radunata una piccola folla...», «Indebitandosi fino al collo...», «nell’indifferenza generale...». Né mancano capoversi che su due piedi si sarebbe tentati di attribuire alle spiritose apocalissi di un Paolo Villaggio o di un Giobbe Covatta: «Il traffico ingorgava le vene di Roma come una trombosi. Le strade erano simili a fiumi nei quali tutto si fosse arenato. Dentro le macchine, sballottate da sussulti improvvisi, migliaia di persone erano in movimento senza andare però da nessuna parte».
In mezzo a tanta cupezza, qualche perla d’umorismo involontario: «Mamma non leggeva mai i giornali. Diceva che quello che è successo è successo». Bene, non solo concordiamo con la mamma, ma ci auguriamo, quel che è successo, di dimenticarlo in fretta, e che il prossimo romanzo ci restituisca la scrittrice che avevamo imparato ad apprezzare. Dopo tante ovvietà, ci tocca persino di leggere un ringraziamento che sotto la cadenza accademica e sapienziale cela la rivendicazione di un primato: «Per scrivere con verità la sconosciuta filologia della vita quotidiana ho importunato decine di persone». Accidenti, eravamo di fronte ad un’opera pionieristica e non ce ne siamo accorti.