E nel pantheon c’è posto anche per Moro

Il segretario del Pd: «Spostava in avanti il mondo» Lo statista dc si aggiunge a Luther King e Obama

da Roma

Aldo Moro come Rabin, Palme e Kennedy, perché «nella storia, spesso, quelli che hanno pagato con la vita le scelte politiche sono coloro che scegliendo la via del riformismo hanno cambiato il corso delle cose». E un po’ anche come Veltroni, a parte il fatto che lui è l’unico vivo tra gli evocati, perché Moro «puntava alla costruzione progressiva di una svolta», proponendo di «far convivere l’aspro conflitto ideologico di allora con la capacità di convergere sui valori e gli interessi nazionali». Proprio come il Pd oggi, insomma.
Dopo un faticoso pomeriggio dedicato mercoledì a far rientrare nei ranghi gli agitati cattolici Pd, ieri mattina Veltroni ha dedicato un altro gesto di attenzione ai post-Dc. E insieme a loro ha rievocato lo statista rapito e ucciso dalle Br, celebrando il trentennale del discorso di Moro del ’78 sull’unità nazionale. «Lo sentii alla radio - ha raccontato - e mi sembrò affascinante, perché ebbi la sensazione che Moro stesse muovendo un mondo, convincendo i suoi della giustezza di una spinta di innovazione».
Già evocato a Spello, Aldo Moro entra di diritto nel nuovo pantheon democratico. Figura di rilievo, perché «come Berlinguer e De Gasperi», ma anche «per altri versi» Craxi e La Malfa, «ebbe il coraggio di spostare in avanti il mondo sfidando anche l’impopolarità».
Moro, certo, ma «per altri versi» anche Craxi, e nel suo piccolo anche questa è una novità. Ci aveva provato già Fassino, mesi fa, ad infilare il leader socialista più detestato dai comunisti tra i padri nobili del Partito democratico, assieme ad una sfilza di altri lari e penati del socialismo italiano: De Martino, Lombardi, Pertini, Saragat, Buozzi, i fratelli Rosselli e Matteotti. Seguì polemica, e poi, al congresso di scioglimento dei ds, a Firenze, arrivò proprio Veltroni e tagliò corto: il Pd «non ha bisogno di pantheon, ma di sogni e passioni». Dunque «lasciamolo stare, il pantheon. Ognuno si porti il suo, personale e sentimentale, nella nuova avventura». Non gli piaceva, del pantheon fassiniano, quell’aggrapparsi a radici socialiste nostrane: «Erano forse socialisti Gandhi e Martin Luther King? E non è socialista Clinton, che si è battuto in mezzo mondo per portare la pace». Ora, aggiunse, «sono affascinato dalla novità di Obama, ma anche da Hillary».
È sempre stato un «felice melting pot», come direbbe lui, il pantheon di Veltroni. «Un gran pasticcio», ebbe a sfotterlo Cossiga perché metteva insieme Gobetti, Bobbio e l’immancabile Don Milani dell’«I care». Un melting pot zeppo di illustri scomparsi (spesso di morte violenta), ma a volte ci sono importanti strappi alla regola: Veronica Lario, per dirne una: «La vorrei in squadra, è open minded». O naturalmente Gianni Letta.
Al Lingotto di Torino, nel suo discorso della corona, il più citato è stato il Governatore di Bankitalia Mario Draghi, altro vivente. Ma anche Enzo Biagi (richiamato pure all’assemblea costituente Pd di Roma), Alcide De Gasperi e Piero Scoppola (più volte rievocati al convegno cattolico dell’altro giorno), l’immancabile Palme. Tutti scomparsi, come pure Giulia (la bambina che voleva andare in Africa), con la cui commovente lettera chiuse il discorso.
Affascinato dai paradossi del «melting pot», Michele Serra provò qualche tempo fa ad immaginare il pantheon ideale del Pd veltroniano: «Walter propone Pizzaballa, da esporre anche in carne e ossa perché vivente, e tutti i membri della famiglia Kennedy: John, Bob, Ursula, Ethel, Jimmy, Henry, Billy, Max, Theodor, Vanessa, Ramon, George, Teddy, Sammy, Jeff, Lou, Paffy, Mary e Groucho. I teodem chiedono come prima scelta San Giovanni decollato, poi Maria Goretti, De Gasperi e Bartali». E ancora: «Anna Magnani, Aldo Capitini, Don Milani, Don Sturzo, Don Backy, Togliatti, Franchi e Ingrassia, Andreatta, Françoise Hardy, i Beatles, il Quartetto Cetra, Nilde Iotti, Primo Levi, Giulio Einaudi, Allende e Natalino Otto».