E nella grande disputa spunta un finanziere indagato per riciclaggio

La Procura di Milano intende risalire a chi sta dietro il «Generation Fund»

nostro inviato a Parma
In Procura a Milano le verifiche sono scattate appena si è scoperto che all’assemblea di Antonveneta del 30 aprile scorso l’1,3 per cento del capitale era stato rappresentato da un banchiere d’affari italo-svizzero indagato per riciclaggio nel crac Parmalat.
Si tratta di Enrico Luigi Colnago: si è presentato a Padova con 3.770.000 azioni di proprietà del poco conosciuto Generation Fund Limited, fondo irlandese con sede a Dublino. Di chi sia questo fondo non si sa.
La proprietà deve essere comunque protetta dalla massima discrezione se proprio Colnago dice di sapere poco o nulla: «Ho ricevuto mandato via fax - risponde - da uomini d’affari svizzeri».
Di chi è questo fondo? «Davvero non lo so, non li conosco». Si tratta di banche, imprenditori italiani o stranieri? «Non glielo so dire». Da chi ha ricevuto la delega? «Da uno studio elvetico, non so di chi sia il Generation Fund». Di certo Colnago aveva un mandato esplorativo visto che all’assemblea si è astenuto. Da parte loro gli inquirenti vogliono comunque verificare se il fondo era vicino ad Abn Amro o alla Popolare di Lodi.
Ma chi è Colnago? Dopo un’esperienza in Eurobroker, Colnago prova con i piccoli prestiti. Con l’imprenditore riminese Stefano Pattacconi, morto suicida nel 2001, fonda infatti la finanziaria Pre-fin, attiva sulla piazza milanese. Ma è un esperienza che dura poco. Dopo un periodo in un istituto di credito italiano, nel ’94 decide di lasciare il Paese e si trasferisce a Lugano dove apre la finanziaria Money Bond Investment (Mbi). «Nel contempo a San Marino fondo una piccola banca d’affari - racconta - Si chiamava Banca Sant’Agata: Poi l’ho ceduta a degli investitori e oggi è stata ribattezzata Banca Partner».
«Dagli atti risulta - scrive invece il pm di Parma, Vincenzo Picciotti - che Colnago poteva disporre di ingenti somme e che già nell’agosto del 2003 prendeva contatti con Calisto Tanzi volti a rilevare dapprima le società del gruppo turistico, la Newlat srl e la Carnini Spa, e successivamente tutto il gruppo Parmalat». L’operazione vedeva la regia dell’imprenditore Luigi Antonio Manieri e la presenza dell’avvocato Giacomo Torrente.
L’obiettivo? Rilevare il gruppo di Collecchio con un intervento finanziario consistente: 3,7 miliardi di euro che avrebbe dovuto mettere Manieri. Ma dopo riunioni con i Tanzi, pre-accordi e trasferte di Francesca Tanzi a Lugano, l’affare sfuma.
Da quando poi la magistratura indaga, i protagonisti hanno fatto un passo indietro e si sono divisi. Colnago, ad esempio, ha avviato un’azione civile contro Manieri. Gli ha chiesto un milione di euro. Insomma, nemmeno a Parma la situazione è poi così chiara: «Dobbiamo ancora capire - spiega un inquirente - se Colnago era vittima o complice». Insomma, anche la Procura di Parma cerca delle risposte, tant’è che un paio di mesi fa il pm Picciotti ha deciso di stralciare le posizioni di Colnago, Torrente e Manieri, procedendo ancora per riciclaggio. A Milano, invece, dove Colnago non è indagato, si vuol capire se il Generation Fund cela un duellante di Antonveneta.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it